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La musica sviluppa il cervello e aiuta i dislessici

Una ricerca dimostra che i musicisti coinvolgono aree cerebrali più vaste

di Silvia Valenti - 11 marzo 2014
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Che la musica abbia influssi positivi sull’umore e sulla psiche è noto, tutti noi abbiamo sperimentato almeno una volta il piacere generato da un bel ricordo riportato alla mente da una canzone o la carica istillata da una musica energica. Oggi la scienza va oltre e dimostra che la musica è in grado di sviluppare il cervello umano.

Non si tratta di genialità, bensì della capacità di coinvolgere aree cerebrali più vaste. A beneficiarne è soprattutto chi fa musica. A dirlo è un gruppo di ricercatori, che ha scoperto che i musicisti per leggere un testo, al contrario delle altre persone, utilizzano le stesse aree abitualmente coinvolte per leggere un pentagramma, una forma di lettura quindi più complessa. Secondo gli esperti, il risultato può avere interessanti applicazioni per i bambini dislessici.

 

Una ricerca tutta italiana
Lo studio è stato condotto da Alice Mado Proverbio, Mirella Manfredi e Roberta Adorni dell'Università Milano-Bicocca e Alberto Zani dell'Istituto di Bioimmagini e Fisiologia molecolare del CNR di Milano.

I ricercatori hanno ricostruito il segnale bioelettrico del cervello durante l'elaborazione di note musicali e durante un esercizio di lettura, in un gruppo di quindici musicisti professionisti e altrettante persone di uguale scolarizzazione ed età, ma senza alcuna conoscenza musicale.
Il risultato ha messo in luce che sia nel leggere le note che le parole, i musicisti attivavano delle aree cerebrali diverse da quelle osservate nelle persone senza conoscenze musicali. “Quando leggono un testo - spiegano i ricercatori - le persone prive di conoscenza musicale attivavano la corteccia occipito-temporale di sinistra e il giro occipitale inferiore di sinistra. Nei musicisti, invece, queste stesse regioni sono risultate attive sia sull'emisfero sinistro che, inaspettatamente, sull'emisfero destro”.

 

La musicoterapia per la dislessia
La scoperta ha interessanti risvolti nel campo della neuromusicologia, non più solo riferita alla cura dei malati di Alzheimer e di Parkinson, dei disturbi autistici, delle demenze e in alcuni rari casi anche del coma. La musicoterapia potrebbe aiutare nell’apprendimento i bambini dislessici, nei quali la regione cerebrale normalmente reclutata per l'analisi visiva delle parole si attiva in modo atipico o insufficiente. Lo studio della musica, quindi, potrebbe favorire lo sviluppo di un circuito cerebrale comune a parole e note, contribuendo così a compensare i deficit di lettura.

Un’altra interessante frontiera della scienza che chiama in causa una delle arti più nobili. 


L'autore

Silvia Valenti

Silvia Valenti è nata a Bergamo nel 1984.
Laureata in Comunicazione Politica e Sociale presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Milano, è giornalista professionista dal 2012.
E’ corrispondente per Repubblica TV, coordinatrice di Benessere.com Tv e direttrice della rivista BMag Bergamo Magazine e del giornale online Fratelli d'Arte Magazine.
Nel 2013 ha collaborato all'organizzazione del “Concerto di Primavera”, evento musicale di beneficenza con 10 grandi interpreti della canzone italiana, che ha visto al Teatro Donizetti di Bergamo il gemellaggio tra la banda dell’Accademia della Guardia di Finanza e la Sanremo Festival Orchestra.
Dal 2010 al 2012 è stata giornalista, reporter e conduttrice presso l’emittente televisiva locale Videobergamo.
Dal 2011 al 2012 ha collaborato come freelance per il mensile economico finanziario Credit Magazine.
Nel 2010 ha lavorato come addetta stampa e organizzatrice di eventi per Legambiente Bergamo Onlus.
Dal 2007 al 2010 ha collaborato con la rivista di approfondimento culturale Dedalus.
E’ appassionata di fotografia, letteratura e nuove tecnologie.
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