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Cassandra Raffaele, personalità naïf e animo folk

Debutta con l'album "La valigia con le scarpe"

di Nadia Macrì - 25 marzo 2014
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“Cantora” indipendente, come le piace definirsi, Cassandra Raffaele è di origini sicule dal temperamento naïf e originale. In questi mesi è in tour con il suo album di debutto La valigia con le scarpe, che raccoglie canzoni definite da lei “Transizioni emotive in movimento” e segna la svolta indie-folk della cantautrice, una pasta musicale fatta di Beatles e mandorle siciliane. L'abbiamo raggiunta nel suo viaggio emozionale per capire un po' meglio cosa contiene questa valigia.

 

Per promuovere il tuo cd hai inventato un percorso emozionale: la tua musica viaggia oltre il pentagramma, ma quanto contano davvero le emozioni nella composizione?
C’è un legame ancestrale tra la musica e le emozione. E la musica, in tal senso, è come un’equazione emozionale, che ammette più variabili come risultato. Ognuno la vive, cioè in maniera personale, con il proprio trasporto, trovando in quello che ascolta il sollievo e il godimento che cerca. Per la composizione poi, le emozioni sono fondamentali. A volte sono la scintilla da cui poi parte tutto. Altre volte sono il filo che tesse la tela. L’importante è viverle e poi con verità, raccontarle.

 

La valigia con le scarpe è il titolo del tuo album, ma cosa non può mancare nella tua valigia quando come adesso sei in tour?
Taccuino, ipod e cuffie, penne, colori, pettine e mollette per i capelli, in generale il mio beauty case da sopravvivenza. E naturalmente il mio notebook. Ormai sono un tutt’uno con il mio hardisk. Costruisco groove, provo dei suoni con i programmi, sposto file, rispondo alle email, resetto la mente. Questo avviene soprattutto in viaggio, come adesso, del resto.

 

E in questi giorni sei in tour nella tua Sicilia. Ma hai "un luogo nel cassetto" dove ti piacerebbe particolarmente suonare?
Uno di questi posti si trova in Sicilia, il teatro greco di Taormina. Sogno di suonarci e sogno pure l’ansia che mi farebbe da compagna, nei minuti immediatamente prima di salirci sopra.

 

Tu hai partecipato ad X Factor però il tuo attuale pubblico forse nemmeno lo ricorda. A distanza di anni pensi che quell’inizio sia stato fondamentale per il tuo percorso artistico o no?
Non avevo idea di cosa potesse significare fare una trasmissione televisiva. Allora io ero “un tecnico di neurofisiopatologia che cantava per hobby”. Provai a salire su quel palco. Ci riuscì. Nessuna aspettativa.

Ma la cosa più importante accadde dopo, dentro di me. Iniziai a scrivere e capì che potevo essere artigiana della mia passione e sfrontatamente lasciare il posto di lavoro, costruendo con le mie mani e le mie sole forze, il mio presente. Dunque, mi ha scosso. C’è chi la chiama, “musicophilia” post traumatica, nel senso buono. Io la chiamo, scelta di vita, al di là dei percorsi, delle strade che poi un’esperienza simile ti può fare “assaggiare”. In ogni caso, occorrono contenuti e determinazione a livelli esponenziali per il dopo.

 

Da quella partecipazione Alberto Salerno e Mara Maionchi decidono di produrti due singoli tra i quali il brano Cipria e rossetto che ha riscosso un discreto successo radiofonico. Poi? Perché è finita questa collaborazione?
Fu un’esperienza che seguiva la scia di X Factor. Lavorammo a dei singoli, senza grossi legami, dal punto di vista contrattuale. Poi, all’inizio del 2012, senza particolari traumi, continuai da sola a scrivere e a costruirmi, prendendo altre strade. Ho comunque raccolto tanto da quest’incontro con Mara, i suoi consigli, i suoi racconti e aneddoti sul mondo di una discografia che purtroppo non esiste più.

 

E ci dici cosa pensi della musica emergente che c’è attualmente in circolazione. Hai qualche artista che segui con passione?
Penso sia come un fiume sempre in piena, che c’è sempre stato movimento. Sta solo raccogliendo finalmente più attenzione, anche grazie alle piattaforme musicali e sociali che fanno si che anche il ragazzo di provincia possa promuovere quello che fa attraverso un click. Tra gli emergenti italiani, mi piacciono Dimartino e Zibba.

 

Facciamo un passo indietro tu suoni il pineapple ukulele, la chitarra e la batteria. Come e perché ti sei avvicinata a questi strumenti così diversi fra loro?
La batteria e la chitarra erano praticamente a casa. Mio padre è un batterista e musicista. Sia io che mio fratello, siamo cresciuti con gli strumenti in giro per casa.

Strimpellavo la chitarra già da bambina. Ma per me era più che altro un giocattolo. Da adolescente poi, non cantavo in pubblico. Mi sentivo goffa e a disagio col microfono in mano. Mentre non avevo nessun timore a picchiare la mia timidezza, suonando la batteria nella mia prima band grunge gli “Eggs broken in the water”. Il pineapple è stato un amore recente. Quattro anni fa mi trovavo a Sanpellegrino Terme, in provincia di Bergamo. Un mio amico mi fece provare il suo e fui rapita dal suono, piccolo ma avvolgente. Da li cominciai a suonarlo e a praticarlo come “cultura” dell’essenziale. Adesso ne ho tre. Dicono esista, un legame davvero unico tra il musicista è il suo strumento. Con l’ukulele questa “complicità” è esasperata. Chiedete agli ukulelisti. Confermeranno!

 

Sei stata finalista al Premio Fabrizio De Andrè con il brano Come di domenica dove canti: “Abbiamo perso l’abitudine a tollerare pure il rifiuto che ci rendeva comunque onesti se esitavamo in un lungo abbraccio". È una mandorla amara? Ci spieghi meglio cosa volevi dire?
In quel verso in particolar modo, mi riferisco a quanto sia difficile vivere un rapporto d’amore oggi, in piena epoca di protagonismi “social” e soprattutto, quando s’insinua la ricerca della perfezione. Viviamo il tempo dei rapporti nati e scanditi a suon di stati di aggiornamento, di profili, di foto.

Se prima dovevi giocarti tutto nella “realtà”, dove l’imbarazzo, la timidezza, avevano comunque un loro credito d’umanità, adesso puoi avere “un avatar” per cercare corrispondenze. E tutto è complicato dalle aspettative che poi sono spesso il frutto di una proiezione narcisistica, da quel non sentirsi mai abbastanza. A parole semplici, viver d’amore se persegui la perfezione in ogni cosa, è alienante. Bisogna essere sinceri delle proprie umane debolezze. E per fare questo ci vuole il coraggio, un suono di campana, “come di domenica”.

 

Ma quanto ti sei divertita a lavorare sui quei pezzi fra sonorità indie-folk e swing che si uniscono a suoni elettrici?
Tanto! Mi sono sentita come una sarta! Ho cercato di fare i vestiti più belli che potessi fare, con “le stoffe” che avevo. E le stoffe sono state i suoni e la musica che mi ha da sempre circondato!

 

In chiusura “adesso posso dirti”? ;)
Musica maestro!


Cassandra Raffaele - La valigia con le scarpe
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L'autore

Nadia Macrì

Nadia Macrì, è nata nel 1977 a Zurigo, ma ha vissuto anche in altre città italiane, isole comprese.
Non è chiaro se per vocazione o per bisogno, alterna pittura, radio, canto, web e scrittura all'arte della medicina. Segue con particolare interesse gli artisti emergenti e ama tutto ciò che è alternativo.
Ha all'attivo diverse collaborazioni con emittenti radiofoniche, case discografiche e portali musicali. Collabora con diverse associazioni locali e nazionali per la realizzazione di eventi musicali, ma ama soprattutto comunicare con gli artisti attraverso le sue interviste che conclude sempre con la stessa domanda semi-seria: qual è la nota musicale preferita. Quasi a voler costruire una melodia aggiungendo una nota per volta.
Di se stessa dice: "Ci sono quelli che sanno tenere i piedi per terra. E chi ha sempre la testa fra le nuvole. Nadia è a metà. Tra terra e cielo”.
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