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D'Arte, di libertà e locomotive

Appunti sparsi e parziali sul TENCO 2015

di Daniela Esposito - 28 ottobre 2015
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Se c’è un pensiero sull’arte (molto personale, s’intende) che mi si chiarisce ogni volta di più dopo il Premio Tenco è quello legato alla libertà umana ed artistica. Insomma, al di là della bravura e della perfezione tecnica di un artista quella che arriva per prima è la sua libertà artistica, il famoso “io canto quando posso e come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi”, citazione non casuale visto che quest’anno la rassegna della canzone d’autore era dedicata a Francesco Guccini. Un Guccio presentissimo, sornione, divertito e divertente.

Una tre giorni sorridente e primaverile, con un Teatro Ariston affollato, così come gli incontri collaterali e gli aperitivi. Una tre giorni talmente piena di cose che raccontarla nei particolari significherebbe mettere a dura prova anche il più avido dei lettori. Dichiaro, quindi, di abdicare al ruolo del cronista lasciando andar la penna (…i tasti) ad un racconto fatto solo di cose che mi son rimaste in testa. Diceva Barzini che al netto delle cose scritte sul taccuino, le notizie sono quelle che ci ricordiamo.

Ma torniamo a questo bizzarro quanto parziale “appunto” sulla tre giorni sanremese.

Proposta musicale varia e di altissimo livello (ça va sans dire, direbbero i francesi) che ha visto sul palco artisti di calibro, jazzisti, orchestrali, musicisti e giovani promesse come sempre succede al Tenco. Non tutto è stato nelle mie corde. Impossibile che possa piacere tutto.

Facendo un discorso generale, sarà che di musica ne sento e ne “vedo” tanta, più gli anni passano e più mi infastidiscono i prodotti a tavolino, le ricerche di perfezione e gli artisti con ansia da prestazione che alla fine perdono il piacere di fare un lavoro che ha alla base l’esigenza (e quindi il piacere). Ed è per questo che dico “viva la faccia” alla ventata di aria fresca del cantautore canadese Bocephus King, ai suoi saluti di “paci” e alla sua voglia di cantare e suonare ovunque e con gioia. Ecco, è stata forse proprio la sua gioia a fare la differenza. Quindi viva Bocephus King all’Ariston, ma anche alla Pigna, nel cuore della vecchia Sanremo, e durante il dopo-tenco al Casinò. Viva Bocephus King che ha preso l’Autogrill del Maestrone. L’ha tradotta in inglese e con la stessa semplicità di colei che “mischiava birra chiara e Seven-up”, l’ha fatta sua e cantata sul palco dell’Ariston. Senza, peraltro – come mi ha fatto notare il collega Andrea Podestà – leggerne una sola parola, come invece è successo nelle interpretazioni a molti italiani. Ora, sarà anche che “gli americani ci fregano con la lingua”, ma che meraviglia.

La libertà artistica, però, non si celebra solo con l’estroversione e il dinamismo ma anche con la stralunata ritrosia di Giovanni Truppi e l’elegante discrezione dei Têtes de Bois.

Del primo che dire se non che la sua figura esile in canottiera e chitarra elettrica a tracolla è riuscita magicamente a riempire un palco enorme. Solo, armato di corde e parole. Talvolta pochissime, ripetute quasi come un mantra, a volta tante, affollate, che saltano e rincorrono le note metalliche o che si accalcano intorno ad esse. E la sua versione de Gli amici, di quel signore che vien’ da Pavana, per la quale potrei azzardare un aggettivo come “memorabile”. Giovanni Truppi è senza dubbio uno dei più bravi cantautori dell’ultima generazione e lo è soprattutto perché è vero, se ne frega delle mode e degli accattivanti vestitini sonori che fanno subito indie (ma anche molto pop). Lui, invece, è indie sul serio.

I Têtes de Bois poi… insomma, li conosco da anni ed ogni volta è come se da un minuto all’altro qualcuno avesse annunciato la pace nel mondo, perché in un mondo di così tanta bellezza (il mondo di cui sono portatori sanissimi), talvolta struggente ma sempre sereno, la guerra proprio non può esistere. La mia dichiarazione d’amore nei loro confronti è totale.

Cos’altro mi ha folgorato in questo Tenco? Il sorriso disarmante e mi viene da dire “birichino” di un giovane ultra-ottantenne: Guido De Maria. Chi è costui? Fumettista, autore televisivo. Per dirne una, “Supergulp, fumetti in tivvù ù ù ù” è roba sua. A lui il Club ha voluto assegnare il Premio Tenco 2015. A consegnarglielo è stato proprio Francesco Guccini che con lui ha più volte collaborato a “cose delle quali mi vergogno” (ha detto il Guccio) come una serie di spot della Fabbri all’interno di Carosello: “Salomone il pirata pacioccone” che De Maria, andato a ritirare il premio, ha voluto cantare per intero, compreso l’acuto sui “corsariiiiii”.

Un plauso, e un applauso, anche alla classe di Cristina Donà (Targa Tenco Miglior Canzone) e a Il Pensionato che John De Leo, per come lo ha fatto rivivere, per i passi incerti, la voce tremolante e il suo modo esageratamente “lirico”. Perché cantare il brano di un mito vivente come Guccini non è sempre facile, si rischia di essere troppo rispettosi e si finisce col portare a casa un compitino che strapperà anche la sufficienza piena, ma non regala grandi entusiasmi.

Queste sono state le stelle, i fari, del mio Tenco e non perché non abbia apprezzato il resto ma forse solo perché questi, più di altri, mi hanno regalato la verità di cui avevo bisogno. Il carburante della mia personale Locomotiva, che procede spedita verso un mondo ideale dove la musica e l’arte non si dividono per fasce d’età, dove le riserve indiane sono anche una bella cosa da salvaguardare e non da distruggere per costruire centri commerciali e McDonald, dove i giornalisti che parlano di musica la musica la ascoltano e quelli che criticano lo fanno per costruire e quelli che resocontano per dire la verità totale e non la bugia parziale e dove chi fa cultura si comporta come la cultura richiede.

E sarà mica un caso il fatto che da un lato ci sia la mia Locomotiva che corre corre corre e che dall’altro – come ha detto qualcuno - il Tenco abbia trovato nuova casa in una vecchia stazione.

 

Photo di Roberto Molteni e di Marco Donatiello.


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