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Dal Texas al Giovinazzo Rock Festival con Roberto Angelini e Pier Cortese

Smontare e rimontare linee melodiche conosciute catturando l’attenzione del “passante distratto” in strada.

di Alessia Vania - 25 agosto 2016
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Durante il Giovinazzo Rock Festival abbiamo avuto modo di chiacchierare a lungo con due assi del panorama musicale nostrano: Roberto Angelini e Pier Cortese, in tour con il loro Drugstore, secondo disco del progetto Discoverland.
In questo viaggio musicale, ci hanno fatto attraversare il profondo Texas, “smontando e rimontando” le linee melodiche di otto indimenticabili brani che vanno della disco music al rock, passando dal pop, in una combinazione avvincente e di grande sperimentazione musicale.
Ai piedi di una chiesa medievale, a mezzanotte, in una tranquilla serata di mezza estate, i rumori di tubi di ferro e acciaio del piccolo palco allestito per l’occasione, smontati per strada in presa diretta, sono stati la colonna sonora della nostra intervista, in quel montare e smontare musica e vita che tanto si avvicina all’album Drugstore.


Partiamo dal concetto di immaginazione che in Drugstore è molto presente. Dove vi porta e vi ha portato la musica?
Roberto: Noi di solito cerchiamo una realtà aumentata! Trasformiamo e adattiamo le nostre storie ai luoghi, quindi c’è di base un canovaccio dei nostri incontri immaginari e delle nostre bizzarrie che però cambiano a seconda del posto e del tipo di atmosfera.
Pier: Il luogo comune e immaginario all’interno del disco è forse il prato. Abbiamo portato molte canzoni nel luogo del fienile in un contesto molto bucolico. Quello è un luogo dal quale siamo partiti per poi adattare la nostra performance “bucolica” al luogo “reale” che ci ospita.
Roberto: In realtà a furia di suonare Discoverland, non essendo un concerto canonico inteso suonare un brano dopo l’altro, lo abbiamo pian piano trasformato, cercando di migliorare le parti che ci sembravano più deboli dal vivo. È lì che è nato il gioco di inventarci storie e luoghi immaginari. Tra l’altro giochiamo anche sul concetto della tecnologia che usa Pier rispetto a strumenti acustici che mi “accollo” io. Da questo gioco di luoghi e storie, siamo arrivati a Discoverland 2 a Drugstore che come diceva Pier, è il concetto di suonare canzoni che arrivano da altri mondi sonori e immaginarli come se l’originale di quella canzone fosse stata country e bucolica.

Un altro filo rosso del disco è quello dello “Smontare e Rimontare”. Come si ci approccia tecnicamente a questo smontare e rimontare brani “conosciuti” rispetto anche alla moltitudine di strumenti che usate?
Pier: Questo è facile! Io ho decisamente un set più leggero (chitarra e iPad) e quindi il mio montare e smontare è direttamente proporzionale a questa cosa; nel caso di Bob, solo lui potrebbe suonare determinati strumenti perché io non so proprio utilizzarli quindi lui fisicamente smonta e rimonta la parte strumentale.
Roberto: Io penso che smontare e rimontare, sia un gesto di amore e di fede nei confronti della musica. A noi capita di fare tournèe in cui ci sono tecnici che ti cambiano anche le corde della chitarra e il tuo lavoro è solo salire sul palco, suonare e andare via e gli strumenti te li riportano a casa. Mantenere sempre il contatto con una realtà di strada, con la musica stessa è fondamentale. Vorrei, avendo (abbondantemente) un quattro davanti e qualche anno di musica alle spalle, trasferire questo spirito anche a chi è più giovane e chi è agli inizi. Fare musica non è soltanto salire sul palco e fare la performance, ma fare musica è dedizione, è imparare, è amore per la tecnica, è volere conoscere tutto non solo lo strumento, ma anche quello che c’è tra uno strumento e un mixer, le luci, lo smontaggio e il montaggio di un palco appunto. Fare musica significa anche fare i camionisti: caricare, guidare, scaricare, sentire il peso fisico delle casse sulle spalle. Se tu capisci che questo mestiere meraviglioso è fatto di tutte queste cose, arrivi al momento del contatto con le persone con più consapevolezza e sei capace di affrontare i problemi tecnici mantenendo il contatto della serata.
Pier: Stasera ci sono stati dei problemi tecnici nei primi venti minuti e ognuno di noi ha dovuto risolverli; se non ci fosse stato questo pubblico in questa cornice di strada, che ci ha permesso di mantenere una grande serenità, probabilmente ci saremo distaccati dalla serata. Il problema iniziale sarebbe diventato insormontabile. Invece dal terzo quarto pezzo il problema iniziale si è superato.

…anche perché molti erano qui per voi, altri si sono fermati incuriositi cercando di capire cosa stavate facendo. Bisogna entrare nel vostro mood!
Pier: A volte i problemi possono essere vissuti come giusta attesa per stimolare la curiosità e stimolare domande.
Roberto: I motivi sono più disparati per cui la gente era qui: c’è chi segue Discoverland, c’è chi segue Pier come cantautore, chi segue Gazebo, chi ci ha visto suonare con Niccolò Fabi.
Facciamo tante cose ma il fine è quello di catturare l’attenzione del passante distratto pensando al concetto di musica da strada. È andare a suonare in metropolitana e fermare una persona che sta andando a lavoro o a casa per farle ascoltare cinque minuti la nostra musica e prendere un euro dentro il cappello. Io non vorrei mai perdere quel tipo di rapporto.

In Discoverland siete stati capaci di rendere “semplici” all’ascolto brani che semplici non sono sia nella loro rielaborazione musicale, sia nella performance.
Pier: La semplicità è la cosa più complicata al mondo; è fatta di percorsi difficili, assurdi, di ricerca. Prima che arrivi all’osso devi girare il mondo almeno una volta (il famoso giro del palazzo) nel senso di chi in qualche modo è ritornato sui propri pensieri più di una volta e gli ha dato finalmente un risvolto diverso. Spesso, specialmente quando si è più piccoli, si tende a strafare pensando alla cosa più complicata, alla cosa più originale. Invece, fare un percorso, è arrivare e ritornare alla terra e non è una cosa semplice. In questo caso lo facciamo spontaneamente perché fondamentale ci piace ricercare e ci piace ritornare alla base, “ritornare alla terra” anche nel live avendo un contatto con l’elettricità, con il cavo. Il “contatto” appunto, innescare il processo.
Roberto: Secondo me la cosa bella è godersi una volta ogni tanto una pizza in pizzeria e andare a mangiare in un ristorante della madonna!

I vostri live, e stasera lo avete confermato, sono un esempio di come si fa musica nel senso artigianale del termine: costruire, fare e realizzare. Un esempio di musica e musicista differente da quello che spesso, la maggior parte della gente non abituata al live, ma alla tv del “tutto pronto”, conosce.
Roberto: Ti ringrazio perché noi viviamo per questo. Quando non hai altri canali, hai questo: suonare per strada. Magari la prossima volta quando saremo qui in zona, qualcuno che era di passaggio, verrà al concerto. Facciamo questa cosa da talmente tanti anni che in alcune zone in cui abbiamo suonato maggiormente, si crea un’atmosfera particolare, di calore, voglia di approfondire, com’è successo stasera al Giovinazzo Rock Festival. Mentre in altre zone in cui abbiamo suonato di meno negli anni, siamo ancora con il “coltello tra i denti” a cercare di portare a noi le persone. C’è sempre un fondo di curiosità perché è vero che il novanta percento delle persone sta in casa a farsi inondare da tutto ciò che è televisivo e non conosce l’altra parte, ma è anche vero che c’è una percentuale di persone che si è rotta di questo ed esce e vive, così gli capitano cose, come vedere uno spettacolo che gli piace senza sapere chi siamo.

In Drugstore c’è l’idea bucolica come abbiamo detto, ma come siete arrivati tecnicamente da Roma al Texas?
Pier: Il Taxas è dentro di te! È una condizione, una ricerca di quel tipo di atmosfera lì di cui ti parlavo, dell’odore di terra misto ad altro, di bambini che giocano mentre suoni sul prato e intorno c’è l’odore di tutto, della vita, del prato, delle cose che bruciano e scaldano. È una dimensione. E poi il Texas l’hanno esportato musicalmente come condizione di costume e noi in qualche modo abbiamo fatto questo “DisCountry”, come lo chiamiamo ultimamente, che è un ambientazione che sembra texana, ma poi è dei Castelli Romani! Da Grotta Rossa ai Pelle rossa!
Roberto: La musica che sentiamo è influenzata dalla musica di fuori. Di nostro c’è un certo tipo di folk, quando senti la pizzica, la canzone romanesca, la canzone napoletana. Quella è musica nostrana. Tutto il resto deriva da influenze.
Pier: Sì però sono influenze e suoni che ritornano a noi perché a loro volta sono stati influenzati e contaminati.

Ritornando ai castelli romani, è una dimensione che chiamiamo country, ma poi è folk-lore.
Roberto: Nella pratica di quello che facciamo, ci sono strumenti che non sono propriamente nostri di origine, ma nel concetto di contrasto se unisci l’iPad alla Weissemborn o la lapteel al banjo, crei un mondo…
Pier: …giri il mondo!
Roberto: Non siamo manieristi perché non vogliamo riproporre “alla maniera” i brani più famosi con un determinato genere o stile che può essere swing, country o altro; ci sono gruppi internazionali meravigliosi che lo fanno egregiamente. Noi siamo impuri. Siamo unione di suoni e nella nostra impurità c’è la nostra originalità! Poi può piacerti o no.

Vi ispirate ai film o cercate di creare un’atmosfera da film?
Pier: Tutto è visivo, poi le citazioni aiutano ancora di più perché ti danno una “geolocalizzazione”! Non lo abbiamo inserito nel disco ma nel live, prima di suonare Lucy in the Sky, facciamo una citazione di un film che è “un tranquillo weekend di paura” perché abbiamo il banjo ed era divertente fare una citazione storica del “dueling benjo” (banjo e chitarra) dove nel film, c’è un ragazzino non vedente che suona in modo assurdo un brano con il banjo trascinando il ritmo.
Roberto: Onestamente quando avremo la possibilità di portare questo spettacolo in un contesto più teatrale in cui sarà possibile dare anche visivamente un’immagine, questa idea di creare l’atmosfera da film sarà implementata.

Siete capaci di creare un ambiente tridimensionale in cui la terza dimensione in questo caso l’avete creata con il pubblico dal vivo. Nell’album invece questa terza dimensione si crea con l’ascoltatore nel silenzio di una camera come al cinema.
Roberto: A noi piace suonare i pezzi stimolando l’ascoltatore. Mentre di base tu suoni e l’ascoltatore magari si emoziona se percepisce un brano che gli piace, nel nostro caso, noi cerchiamo di stimolare l’ascoltatore portandolo su fasi diverse: la prima è stuzzicarlo cercando di fargli capire che brano stiamo suonando, la seconda è trovare una citazione, la terza se piace o non piace quello che sta ascoltando, la quarta il mescolare il brano appena capito con un altro attraverso echi e richiami. Mandare stimoli al cervello che poi ti fanno fischiettare un brano chiuso nella memoria che riemerge: così la cover è riscritta.
In generale la” cover per la cover” rimane lì, statica, crea uno stato di tranquillità, non smuove. È come mangiare un panino con serenità: ascolto pezzi simili a come sono fatti che non mi creano disturbo, li canticchio, consumo e sono tutti contenti. Noi invece cerchiamo di rivedere la cover come se fosse un inedito, provando a stimolare la persona con il gancio della linea melodica.
Pier: Capisci anche il tipo di viaggio che abbiamo fatto per raggiungere quel risultato perché parti da qualcosa che conosci e che ha già un’identità per ridarle nuova forma e identità.

Ed è proprio la musica la protagonista, capace di cambiare i connotati e identità sganciandosi dal “sicuro” dalla “cover per la cover” appunto.
Roberto: La musica non deve essere solo rassicurante, deve creare tensioni e risoluzioni. Tutte le musiche si basano su questo filo di tensione e risoluzione.
Pier: Facciamo i dischi apposta. Tensione e risoluzione!


L'autore

Alessia Vanìa

Passione musica ed altri malanni. Sempre alla ricerca di nuove sonorità e nuove voci si dedica con particolare attenzione alla musica emergente e al cantautorato italiano. Scrivere è la sua passione e il suo mondo ideale è una stanza colorata piena di libri e parole sui muri con colonna sonora in sottofondo a fare da compagnia. Se poi unite il suo studio per il mondo social e le nuove tecnologie, la troverete aggrappata ad un grafico sonoro decantando versi in 4/4.
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