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LABE: un impatto sonoro, un’esplosione di rock

Il debutto esplosivo della rock band con un padrino speciale: Roberto Drovandi

di Nadia Macrì - 21 ottobre 2016
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Il loro è un debutto, ma nello stesso tempo un’esplosione. Sono i Labe, acronimo di Like A Big Explosion, band nata con l’intento di creare un sound inedito, potente e travolgente che parte dal più tipico genere rock/blues per fonderlo poi con altre influenze musicali che si riflettono sui testi energici ed esplosivi di vita.

Sono Filippo Guidoboni (basso e voce), Alessio Merighi (chitarra elettrica e cori) e Paride Toniolo (batteria e percussioni). Giovanissimi (l’età media è 25 e mezzo!) eppure già vecchi, dove il termine vecchio sta ad indicare una saggezza non comune fra i giovanissimi ed un’elevata maturità artistica.

Nel 2016, grazie all’interesse di Adriano Molinari (insegnante di Paride e storico batterista di Zucchero e molte band italiane e internazionali), conoscono il bassista degli Stadio, Roberto Drovandi, che ha creduto fin dall’inizio in loro facendoli entrare nella scuderia della sua l’etichetta, la TWINS104.

Di loro dice: “Loro sono una band live, hanno un background che fondamentalmente viene dal palco e quindi hanno questa forza prima di tutto. Essere in studio con i Labe mi ha riportato indietro nel tempo, ai miei primi anni da musicista, ed ho realmente vissuto le loro emozioni facendole mie per aiutarli a tirare fuori quello che è il meglio per la band.

Lavorare a questa produzione non è solo pensare al miglior arrangiamento per Lost Man, ma è vivere l'adrenalina di Alessio, Paride e Filippo come se fosse la mia e proprio quest'energia emerge in tutti i minuti della canzone.

Li ho voluti assieme in studio, assieme hanno eseguito tutti i passaggi necessari ed il feeling dell'essere un'unica entità in una canzone sono la forza di una registrazione di un disco. E poi alla loro età neanche io suonavo al loro livello, hanno un mood, un modo di affrontare la musica con le caratteristiche della Bologna rock nata nelle cantine a pochi passi da qui".

Ci incontriamo infatti tra un analcolico alla frutta e un Montenegro liscio, a due passi dalle Torri degli Asinelli. E’ la loro prima intervista e perciò scelgo la formula meno invisa, con le domande molto aperte. Poi però sono arrivate anche le piadine, e allora ho spento il registratore, perché quando raccontandosi si condivide anche il cibo, il lavoro cede il passo all’amicizia lavorativa, ed io so di aver trovato nuovi amici in una sera di ottobre a Bologna.


Partiamo dal nome, perché avete scelto un acronimo?
Perché a noi piaceva molto il nome Like A Big Explosion che però era troppo lungo da pronunciare e quindi abbiamo stretto nell’acronimo.

Allora c’è anche un po’ di fortuna perché l’acronimo suona bene?
Esatto, e Google ci ha permesso anche di capire che ancora non era stato usato da nessuna band. Poi siamo andati a scoprire il significato, perché inizialmente pensavamo che non volesse dire niente, e invece Labe vuol dire macchia, sporco e noi siamo una macchia, noi abbiamo il sound sporco, abbiamo quindi trovato il nome perfetto!

E l’esplosione da cosa deriva?
Dal sound! Già dai nostri due primi singoli esplode una carica di musica, esplodono dei sentimenti in musica, è un movimento di sensazioni.

Oggi in Italia ci sono tantissime band emergenti, voi dite di avere un sound particolare, ma secondo voi perché le persone dovrebbero ascoltare la vostra musica, cosa avete di diverso?
Sì, ci sono tantissime band in Italia, ma quante fanno musica vera? E quante fanno musica col cuore? Molte band sono mosse dalle case discografiche per fare la hit dell’estate, noi invece siamo partiti con l’idea di fare musica che ci piace.

Ma visto che discograficamente debuttate in questi giorni, non vi sembra un po’ presuntuoso dire che la vostra sia musica vera?
No, perché è vera. Noi non diciamo di avere il riff del secolo, ma semplicemente che non ci siamo fatti condizionare da agenti esterni, cantiamo e suoniamo quello che sentiamo, senza guardare il genere, ma quello che siamo noi.

Una domanda specifica per il cantante, che è anche il bassista della band: cantare in inglese è stata una scelta o un percorso naturale?
Inizialmente avevo delle canzoni nel cassetto in italiano e abbiamo iniziato a mettere le mani su quelle canzoni, ma mi stava un po’ stretto perché la mia voce rende molto meglio in inglese, e così abbiamo tradotto i testi, abbiamo provato e cercato pure un compromesso, per ora suoniamo in inglese, chissà se in futuro troviamo qualcuno che scriva bene in italiano per noi…

 invece adesso come e dove nascono le canzoni?
Inizialmente Paride (il batterista) portava dei papiri di suoi pensieri, proprio degli A3! Nel nostro primo singolo c’è la parte iniziale che rispecchia la dolcezza di Paride e poi esplode la mia parte violenta, quasi autobiografica, perché abbiamo due concetti dell’amore e della solitudine molto differenti, ma che messi insieme…

Allora ricapitolando in una band ci deve essere il single che deve attirare…
Ce lo abbiamo! Il chitarrista!

Ok, e poi serve il bello…
Lui (ognuno indica l’altro ndr.). Ma dobbiamo dire una cosa, noi siamo in tre, ma in realtà siamo in 4, c’è pure Roberto Drovandi il nostro produttore che funge anche da bello e da bodyguard!

E quindi arriviamo a lui! Prima dicevamo che ci sono attualmente tanti cantanti, cantautori, band, e fra i tanti ci sono anche artisti interessanti che però non riescono a trovare un produttore o un’etichetta che creda in loro, e la maggior parte delle opere prime sono autoprodotte. Voi siete stati molto più che fortunati, ora anche se è qui davanti, facciamo finta che non ci sia e raccontatemi come è nato l’incontro con Roberto.
E’ una comica! Il giorno che ho ricevuto (parla il batterista Paride ndr.) la telefonata da Roberto, stavo tremando. Ho avvisato subito loro e pensavano che stessi scherzando, perché sono abituati ai miei scherzi! Poi ci siamo incontrati e inizialmente il processo è stato molto lento perché noi ci presi del tempo per capire, ma dopo che abbiamo firmato il contratto è partita la macchina e per il momento sta andando tutto bene.

Ma voi ascoltate la musica degli Stadio?
Sì, siamo andati anche a vederli live! E ciascuno di noi ha un aneddoto legato agli Stadio.

Cioè?
Come li abbiamo scoperti nella nostra vita e come alla fine tutto torna.

Raccontatemi meglio.
Alessio: Io ho avuto una storia d’amore molto sofferta che però mi ha fatto crescere molto. A questa mia ex, visto che a me piaceva la musica, anche a lei interessava la musica e un giorno mi disse che c’era un gruppo che le piaceva tantissimo ed erano gli Stadio; mi portò quindi un cd masterizzato, che non so da quale altro suo ex avesse rubato, tutto rovinato e si sentiva una sola canzone: Ho un disperato bisogno d’amore. Mi è piaciuta e cercavo di ascoltare il resto del cd, ma si sentiva solo quella! Questa ragazza mi ha lasciato un segno che mi porterò per tutta la vita e adesso che mi trovo a lavorare con un componente degli Stadio ci ho pensato che in un certo qual modo me li avesse presentati proprio lei…

Hai ancora un disperato bisogno d’amore?
Alla fine sì.

Paride: Io ho un’amicizia in comune con Roberto a cui voglio molto bene che è il batterista Adriano Molinari. Lui aveva i nostri pezzi e conoscendo da più di 30 anni Roberto e sapendo dell’etichetta, ma soprattutto della sua professionalità artista e sensibilità umana, ci ha fatto ascoltare da lui... alla fine se ti circondi di persone ottime, qualcosa di buono viene sempre.

Roberto in un’intervista mi ha detto che lui il basso lo ha trovato nell’armadio, tu l’amore per la batteria dove l’hai trovato?
Mi sono innamorato della batteria da bambino vedendola suonare in tv, e dopo un anno di richieste continue i miei mi regalarono una chitarra elettrica, perché la batteria avrebbe invece fatto troppo rumore, e mi obbligarono ad andare a lezione di chitarra. Io non volevo, ma tra il niente e la chitarra era meglio la chitarra, così iniziai le mie prime lezioni, e appena mi accorsi che nella stessa scuola c’era anche l’insegnate di batteria, io - nonostante fossi un bambino - dissi che avrei continuato a portare la chitarra, ma sarei andato a lezione di batteria. Dopo due settimane mia mamma mi vide uscire dall’aula della batteria e mi fece delle domande, io non riuscii a dire una bugia e così lei capì… e adesso insegno io ai bambini ed è una responsabilità enorme!

Niente è sacrificio, niente è vittoria! Transformers (leggasi papà di Filippo) docet!
Sì, e noi con questo primo singolo , per la prima volta ci siamo confrontati con una maniera di lavorare alla nostra musica in modo diverso da quello a cui eravamo abituati ed abbiamo capito cosa significa pensare ai nostri pezzi con passione e professionalità.

Avere il supporto e la supervisione di Roberto Drovandi è un valore aggiunto che ci ha emozionato ed ha contribuito a tirare fuori il meglio dalla nostra anima.


Labe - Lost Man (Official Video) (V4B)
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L'autore

Nadia Macrì

Nadia Macrì, è nata nel 1977 a Zurigo, ma ha vissuto anche in altre città italiane, isole comprese.
Non è chiaro se per vocazione o per bisogno, alterna pittura, radio, canto, web e scrittura all'arte della medicina. Segue con particolare interesse gli artisti emergenti e ama tutto ciò che è alternativo.
Ha all'attivo diverse collaborazioni con emittenti radiofoniche, case discografiche e portali musicali. Collabora con diverse associazioni locali e nazionali per la realizzazione di eventi musicali, ma ama soprattutto comunicare con gli artisti attraverso le sue interviste che conclude sempre con la stessa domanda semi-seria: qual è la nota musicale preferita. Quasi a voler costruire una melodia aggiungendo una nota per volta.
Di se stessa dice: "Ci sono quelli che sanno tenere i piedi per terra. E chi ha sempre la testa fra le nuvole. Nadia è a metà. Tra terra e cielo”.
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