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Vittorio Viviani: difendiamo l'arte italiana, anche se è una lotta impari

"Col teatro si può fare tutto perché è il luogo del possibile"

di Nadia Macrì - 21 febbraio 2014
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Gli attori sono così, esageratamente veri, forse perché ogni giorno interpretano un pezzo della vita degli altri e, quando si ritrovano poi a raccontare della propria vita, o continuano a recitare oppure tirano fuori la parte più vera della propria esistenza. È quello che ho pensato raggiungendo per questa intervista l'attore Vittorio Viviani. Attore a tutto tondo: cinema, tv, teatro. In queste settimane apprezzato dal pubblico televisivo nella fiction Braccialetti Rossi, dove interpreta il nonno di Toni, ma è anche a teatro con la commedia Oh dio mio! che racconta di una psicanalista affermata, che riceve un giorno una misteriosa telefonata. Dall’altra parte della cornetta c’è un uomo disperato che le chiede insistentemente di poter essere ricevuto. Quando finalmente i due si incontrano, l’uomo svela il motivo del suo riserbo: lui è Dio in persona! Una commedia ricca di battute argute e ironiche, dal ritmo incalzante che fa riflettere sul rapporto dell’uomo con il mistero e la divinità, dove il divertimento s’intreccia a momenti di grande commozione.

 

Hai recitato nei teatri di tutta Italia, interpretando infiniti personaggi, ma come è mettersi nei panni di Dio?
Né più né meno che interpretare un altro ruolo. Non vorrei banalizzare la questione o sminuire il personaggio, ma bisogna superare il riflesso condizionato della parola e del concetto di Dio. Anche questo “Dio” è un personaggio teatrale. Quindi, va trattato come tale. E anche in questo caso il teatro, la teatralità ci viene in soccorso: nella commedia classica greca e latina abbiamo in scena gli déi che scendono a dialogare e ad agire con gli altri personaggi. Giove addirittura si traveste da personaggio terreno per suoi molteplici fini. Cioè, il dio, o deo, sulla scena diventa umano. Troppo umano. Ed è il caso di questa commedia di Anat Gov: un Dio in crisi è un dio molto umano. Le stesse indicazioni che l’autrice dà di Dio mi hanno aiutato a interpretarlo. Per lei, questo personaggio è un attore istrionico, gigione; e poi un boss in crisi (forte è il riferimento a Vito Corleone…); infine un tenerone in sincera crisi per la disumanità degli uomini che lui ha creato.
Insomma, col teatro si può fare tutto perché è il luogo del possibile.

 

Oh dio mio! è infatti lo spettacolo che stai portando in scena attualmente, con una bravissima Viviana Toniolo. In questo inizio di anno ha già fatto tappa a Catania, Genova e Caserta, cosa altro aggiungere?
Ho già, quasi, detto tutto prima. Aggiungo che questo è un testo di grande intelligenza, cultura, divertimento, arguzia, profondità, tenerezza… e continuerei all’infinito con gli aggettivi positivi. Infatti, il gradimento del pubblico e il conseguente successo ottenuto dovunque abbiamo recitato, sono notevoli. Riusciamo a divertire, far pensare, commuovere e suscitare tenerezza e amore. È la forza del testo e, diciamolo, la nostra bravura, anche. 

 

Ma un attore che ha immagazzinato migliaia di battute... a distanza di anni, quelle frasi durante la vita quotidiana, ritornano in mente come un déjà vu?
Non direi come un déjà vu ma, se attengono molto alla vita quotidiana, entrano nel cosiddetto “lessico familiare”. Soprattutto le frasi, le metafore più divertenti. O quelle di estrema saggezza. Le memorabili “battute di Shakespeare” ad esempio. Ma quelle sono entrate nel lessico quotidiano di chiunque, anche se non si e consapevoli. È quello che è accaduto con molti versi della Divina Commedia di Dante. 

 

Song o not song è invece uno spettacolo in cui hai "tradotto" canzoni famose fino a farle diventare altro! Così per esempio My way diventa Guaje mieje... e nonostante lo spettacolo abbia già celebrato il decennale è sempre più attuale: c'è crisi anche in questo settore? Come aggia campà il teatro?
Bè, in verità sto per celebrare il trentennale!
Io ho utilizzato degli “strumenti” teatrali, di scrittura, dello spettacolo per poter raccontare delle storie che avessero dei significati. Oddio niente di più e niente di meno di quello che fa qualsiasi autore, qualsiasi artista.


Viviani in Song o Not Song
Prendere delle famose canzoni straniere e riscriverle giocando sull’assonanza con la lingua napoletana è un “gioco” antico del teatro, dello spettacolo. La novità sta nel metterci contenuti umani, sociali, che ci toccano sulla pelle. Ma divertendo, facendo ridere. Facendo anche commuovere. La combinazione delle due cose è sempre molto efficace, si fa spettacolo così. I temi che tratto sono attuali perché sono universali, come ogni grande autore, drammaturgo, poeta, scrittore fa e ha fatto. Io ci provo.
Certo, la forma conta moltissimo: la metrica, i versi, la scelta delle parole e della sintassi, la fantasia sono fondamentali. Senza tutto ciò i contenuti vanno a quel paese.

 

A teatro nascono i grandi interpreti, quelli che si mettono in scena ogni giorno, ed è sempre un partire da zero, perché il pubblico delle poltrone è esigente. È un lavoro di grande fascino e suggestione e tanti sono i giovani che iniziano esperienze in varie compagnie: cosa bisogna tenere bene in mente se si vuole intraprendere questo percorso artistico?
Domanda complessa, questa! Presuppone un ragionamento lungo, un’analisi articolata. Sintetizzo: nel nostro paese viviamo un momento difficile perché il teatro e il lavoro teatrale sono mortificati. Come tutta la Cultura. Bisogna tenere duro; studiare; vedere quanto più teatro possibile; scegliere sempre la qualità; rifiutare le cose più ovvie e semplici; ma anche fare, le cose più ovvie e semplici, a volte, per capire perché bisogna buttarle via. Essere molto seri ed esigenti col proprio lavoro. Ma giocare, giocare, giocare! Altrimenti si è solo noiosi!

 

E cosa ti manca di più quando sei in tour?
Di solito, niente. Certo, poi mi mancano mia moglie e la mia casa. E la mia “prima colazione”, che solo a casa riesco a fare come piace a me.

 


Viviani nella serie tv Elisa di Rivombrosa
Dal teatro alla tv: ti abbiamo visto in diverse fiction di grande successo da Elisa di Rivombrosa ad Assunta Spina, ma quanto sono diverse le emozioni per un attore dietro una macchina da presa rispetto a quelle vissute sul palco, cariche del suono del legno e degli applausi scroscianti?
Per me sono assolutamente uguali. Le emozioni, intendo. Io credo che il lavoro dell’attore sia sempre lo stesso. Non cambia molto. Almeno per me, è così. Certo, il lavoro di attore per un film o una fiction è più frazionato, fatto di tante scene che poi devi anche ripetere, fatto di lunghe attese… ma sempre recitare è. Per quanto riguarda gli applausi, bè… a volte, se hai lavorato bene, anche sul set te li fanno. E sono quelli di tutta la troupe: i tuoi compagni di lavoro! Sono i più soddisfacenti.

 

Tu difendi molto anche la lingua napoletana, e ti arrabbi con chi la usa male: Napoli è il cuore di tanta arte e cultura, riuscirà a difenderla?
Difendo tutte le lingue e tutti i dialetti. Che in molti casi, sono vere e proprie lingue. E mi arrabbio con tutti quelli che le trattano male: l’ortografia, la grammatica e la sintassi sono fondamentali. Se uno vuole scrivere in napoletano (o in veneziano, siciliano, milanese. O in italiano…) deve sapere come si fa.


Viviani nella fiction tv Braccialetti rossi
Scrivere con degli obbrobri ortografici, si fa un danno a quella lingua ma anche a se stessi: un napoletano che scrive male sta distruggendo e negando il suo essere napoletano.
È quello che dicevo prima: la forma è fondamentale; è la forma che fa l’individuo, il cittadino.
Difendere la cultura e l’arte, non solo di Napoli ma di tutto il nostro paese, è dura. Durissima. È una battaglia quasi impari contro il decadimento e la barbarie. È vero che la storia degli uomini è sempre in continuo cambiamento, in continua trasformazione ma la cultura che dovrà venire non dovrà essere becera. Almeno si spera. Per fare questo bisogna conoscere e rispettare quella che usiamo adesso.

 

E dopo Grazie a mammà son bello il caffè pagato è assicurato?
Anche senza quello spot, è assicurato che ti offro un caffè appena ci vediamo. Fare la pubblicità fa parte del nostro lavoro di attori. Ci fa guadagnare un po’ di più e questo non è male. Io ho avuto la fortuna di girare spot che prevedevano piccole “situazioni”, sketch; di interpretare personaggi. Quindi, il mio lavoro di attore. Cioè, sempre il mio lavoro.

 

Io concludo le mie interviste con una domanda semi-seria: qual è la nota musicale preferita e perché... posso fare questa domanda anche ad un "canta-attore"?
Certo! Potrei dire che sono affezionato al MI bemolle perché è la tonalità con cui canto My way-Guaje mieje, che è la prima canzone completata. Ed è la canzone manifesto dei miei spettacoli.
Però le note, in verità, mi piacciono tutte. Anche perché sono sillabe con le quali si può giocare. Ecco una storia un po’ melò, un po’ opera lirica, scritta con le sette note (come tutte le opere liriche, in effetti…) Intreccio: LEI continua a chiedere denaro al suo ricco amante. LUI esasperato la lascia sola e l’abbandona per un'altra:

MILA, LA SOLRELA DO MIMI’, LA MI FA:
“FARE SOLDO, FARE SOLDO!”
FA LA SOLFA:
“MI MISIRE, MI MISIRE…”
MI RISOLSI:
“MI, MI DO’!”
MILA FA: “LASIMI, LASIMI, SI!”
“SI, MI DO’!”
………………….
LA’, SOL LA MILA SOL SOFA’
MI, SOL MIMI’ MI FA’ SI SI…


Oh mio Dio! a teatro
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L'autore

Nadia Macrì

Nadia Macrì, è nata nel 1977 a Zurigo, ma ha vissuto anche in altre città italiane, isole comprese.
Non è chiaro se per vocazione o per bisogno, alterna pittura, radio, canto, web e scrittura all'arte della medicina. Segue con particolare interesse gli artisti emergenti e ama tutto ciò che è alternativo.
Ha all'attivo diverse collaborazioni con emittenti radiofoniche, case discografiche e portali musicali. Collabora con diverse associazioni locali e nazionali per la realizzazione di eventi musicali, ma ama soprattutto comunicare con gli artisti attraverso le sue interviste che conclude sempre con la stessa domanda semi-seria: qual è la nota musicale preferita. Quasi a voler costruire una melodia aggiungendo una nota per volta.
Di se stessa dice: "Ci sono quelli che sanno tenere i piedi per terra. E chi ha sempre la testa fra le nuvole. Nadia è a metà. Tra terra e cielo”.
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