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Venere in pelliccia: la poesia di Masoch, il dramma di Valter

Il finale? Beh, la fine comincia dall'inizio.

di Cristiano Marti - 2 maggio 2016
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Una stanza per audizioni che diventa sala delle torture; un divano per essere sedotti che si trasforma in un lettino per psicanalisti. Il sorriso timido e sfuggente di un’attricetta di provincia che nasconde il ghigno del diavolo. Infine un uomo, regista, attore, fidanzato destinato a perdersi nel vortice dei “vorrei ma non posso”.

Alla fine di uno spettacolo teatrale c’è sempre un attimo nel quale ognuno cerca di capire cosa sia successo; cosa gli sia rimasto cucito addosso. Usciti dal Garibaldi di Bisceglie dopo aver visto “Venere in pelliccia”, di e con Valter Malosti, assieme a Sabrina Impacciatore, la cosa che ci si sente cuciti addosso è una: la quotidianità occidentale. Risposta che potrebbe passare per misera, anzi miserabile. E invece, grazie alla regia di Malosti, diventa una risposta che parte dalla miseria (della condizione umana), ma che intorno brilla di eleganza, ironia, passione. Fino quasi all’immortalità, che nella scrittura dell’attore toscano è sempre lì lì per scivolare su una buccia di banana. Sì, perché la forza della riscrittura di Venere in pelliccia (romanzo di Von Sacher-Masoch, poi fil di Polanski) sta nell’anticlimax. Questo grazie alla Impacciatore (Vanda), l’improbabile attrice che si presenta nello studio dell’immenso Valter, pronto già a correre dalla sua compagna, demolendolo col suo accento di un romano sboccato, per poi conquistarlo con la sua recitazione.

Ed ecco che lo spettacolo diventa un incrocio di ruoli, insieme appassionato e divertente: Valter che recita Malosti, che interpreta Thomas Novachek (regista in cerca di attrice per l’adattamento teatrale del romanzo); Sabrina che ironizza sulla Impacciatore che indossa la pelle di Vanda, vestendo anche i panni di Freud, quando il regista ha quasi perso la testa per lei.
Comincia una recita che diventa una lettura, attraversata da imperdibili frammenti fra regista e attrice (continuamente fuori e dentro la scena) il cui rapporto diventa talmente assoluto da non risultare più distinguibile in alcuna sfumatura.
Il finale? Beh, la fine comincia dall’inizio. Quando un’attrice bussa alla porta di un regista. E comincia il gioco delle parti.


Photo Fabio Lovino.


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