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Danza con una bimba di sette mesi in pancia

Uno spettacolo suggestivo: musica, poesia, ballo. Vita

di Luca Rossi detto Lam - 17 settembre 2014
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Per chi non conosce il butoh, o non ha mai assistito e partecipato ad un evento di danza butoh, sappia che si è perso uno dei pochi rituali bionaturali che offre lo spettacolo del mondo della danza o più in generale della scena. In un quasi totale abbrutimento culturale nel quale viviamo invasi, in una miseria scenica quasi abissale, amplificata dall’appiattimento-condizionamento culturale, da scarsa qualità cinematografica e ovviamente da altrettante indecenze televisive, il teatro ancora una volta ci soccorre, sempre e solo se sapremo ascoltarlo e viverlo, con la nostra Vera autentica profondità ancora incontaminata. Niente è mai dato per scontato. Per i sacri maestri della scena si dovrebbe trattare lo spettacolo dal vivo, come di un rito antropologico, un rituale sacro che restituisce la presenza umana in contatto circolare, inserito in un flusso di energia, di scambio magnetico continuo tra racconto proposto e pubblico.

Ecco il butoh che torna a darci la lezione che solo i grandi maestri alchimisti della scena sapevano darci, tanto da creare generi e stili innovativi. Ed è qui il caso di ricordare Peter Brook nel grande testo regalo alla scena umana ed alla sua teoria codificata fatta storia: il teatro ed il suo spazio, che ci riporta lo spettacolo come luogo di ritualità e non solo. Ma la ritualità scenica la troviamo da sempre nell’arte dal vivo: dai greci, nel tribale aborigeno, nei nativi americani, amerindi, nelle culture antiche africane, ovviamente prima della superficializzazione violenta, abbrutimento multinazionale.

Il rituale lo troviamo appieno nella performançe del danzatore giapponese Ken Mai, Butoh performer a Firenze il 13 settembre 2014 presso il caffè del Gallo di Scandicci con seguente stage di due giorni. Abbinato ad un apericena (di cui oggi non si può fare a meno, con il solo rito zen meditativo, pena la mancanza di pubblico). A seguire lo spettacolo rito performantivo in tre zone sceniche. Il butoh da sempre ama la maschera, il costume il trucco, il corpo nudo dipinto, con i suoi angoli, i suoi sudori, i suoi muscoli, i suoi respiri, i suoi spazi imprevedibili. Nel lavoro di Ken (spada) Mai c’è tutto del butoh con i suoi sapori, i suoi tempi e la sua sempre presente azione a sorpresa. Non stanca mai, non ti lascia mai, ti prende per tutto il tempo come la fiamma del focolare che purifica. E viene proprio questo in mente: il rituale del fuoco che purifica il sesto chakra della visione. E come occhi di un bambino che incontriamo per strada, che ti guarda assorto a lungo, poi giù che scavano nell’anima. Purezza di sguardi, purezza di materia, purezza di intenti, sempre la stessa cosa, medesimo fine. Provocante e ironico ma in modo delicato e non invadente, per questo intenso, presente senza mai cadere per un attimo nel gesto banale, nella volgarità, cosa tipica dell’universo giapponese, sempre sensibile e attento, mai gestito da volgarità. Trionfa lo zen e il suo semplice essenziale essere, non si arriva mai al kitch anche se le maschere sembrano evocarlo.

La prima e seconda parte sembrano talvolta forse introduttive e ritmicamente legate a quella trifase armonia tipica del mondo giapponese codificato scenico e intuizione geniale: 1.parte introduttiva di conoscenza, 2.azione, 3.conclusione-uscita: Jo ka kiu. La terza parte non poteva che essere il completamento della cerimonia nel tappeto di fiori rose gialle che esplode in un canto lirico straordinario sacro. E sembra davvero una divinità danzante impossessatasi di un corpo umano preso a prestito. Straordinaria l’idea di danzare su di un tavolino da bar circolare tempestato di boccioli di rose gialle e farina, sfruttando tutte le sue potenzialità e quote, fin su, verso il tetto evocando oltre. Un rituale divino che ricorda certi Katakali, anche se qui spogliati degli sfarzi indiani, possesso lasciato ad una divinità seminuda ancestrale più brookiana del Mahabaratha, grande libro del mondo umano pre-cristiano. Un giapponese che vive in Finlandia doveva venire a Scandicci, fare tanta strada, per donarci questa bella lezione di vita non solo scenica ed estetica. Beati i presenti e il loro ricordo-tesoro, che si sono lasciati coinvolgere, cioè un po’ sospresi e spaesati, hanno scovato forse casualmente, il butoh e la sua magia. Grazie anche alla sapienza di chi ha organizzato (Patrizia Beatini) ed ospitato (caffè del Gallo).


Danza con una bambina in pancia di sette mesi
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L'autore

Luca Rossi detto Lam

Laureato in lettere moderne, autore di teatro e testi poetici alcuni musicati, regista, insegnante di yoga, meditazione, kendo, esperto di Commedia dell'Arte, naturopatia, danza Butoh e cultura giapponese, ha pubblicato due libri di poesia, uno di teatro e due cd. Insegnante e ricercatore della scena dal 1977. Appassionato di chitarra classica. Ha collaborato con diverse testate giornalistiche quali Sipario, Il Giornale dei Misteri, Alpha Dimensione. Esperienze anche in opera lirica, cinema, televisione, radio. Ha messo in scena più di trenta opere ed oltre ai suoi testi, ha lavorato e messo in scena autori classici tra cui: Pirandello, Lorca, Shakespeare, Goldoni, Cecov, Bekett, Ionesco, Brecht, Tozzi, Laing, Pasolini, Pavese, Rodari, Gigli, Petrolini, Plauto, Quenau.
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