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Verba volant. Scripta?

Come cambiano i nostri ricordi di carta

di Silvia Valenti - 25 agosto 2013
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Paul Auster ha costruito uno dei suoi libri più intensi sui ricordi e la ricerca del passato, L’invenzione della solitudine, intorno ad una foto del padre che, grazie ad un trucco fotografico, appare moltiplicato e seduto in punti diversi di un tavolo rotondo. Alina Marazzi in Un’ora sola ti vorrei ha montato i filmini amatoriali in super 8, girati nell'arco di trent'anni dal nonno, il libraio e editore milanese Ulrico Hoepli, insieme ai diari e ai dischi preferiti della madre, morta suicida quando lei aveva sette anni, cercando di ricostruire la sua personalità e il suo male di vivere.

Oggi le foto, i video, le registrazioni che parlano di noi e delle nostre storie sono sempre più in formati digitali. Per quanto tempo potremo conservare i nostri ricordi? Fino alla morte del nostro computer? Fino al diffondersi di formati non compatibili con gli attuali? Già oggi si fa fatica a recuperare immagini che risalgono anche solo a vent’anni fa: le vecchie VHS sono state ampiamente soppiantate dai dvd  e i videoregistratori sono ormai obsoleti. Discorso analogo per i vinili e i nastri, rimpiazzati dai cd, che già stanno subendo la stessa sorte di scomparsa ad opera degli Mp3.
Restano sui nostri scaffali come oggetti d’antiquariato e vintage.
Le grandi aziende, televisioni, enti culturali stanno correndo ai ripari per fermare questa corsa contro il tempo digitalizzando tutto il digitalizzabile.
Eppure i supporti moderni durano sempre meno. Un domani come si ricostruirà una visione del passato se tutti i dischi non avranno un supporto in grado di leggerli e i libri saranno così deteriorati da divenire illeggibili?
Si calcola che i libri stampati oggi hanno prospettiva di vita di 30 anni. La carta così trattata e lucida usata nell’editoria moderna è meno porosa e gli inchiostri meno resistenti. Il tempo soffierà via pagine e pagine del pensiero contemporaneo nel giro di un secolo. Molti obietteranno che tanto si sarà già salvato tutto su supporti digitali e archiviati in ampissimi database per la salvezza della cultura dei posteri. Ma è un circolo vizioso di continui back up e reback up da un formato ad un altro, più evoluto, più nuovo, più tecnologico. Più labile.

Come i nostri ricordi di carta. Anche gli inchiostri delle penne con cui scriviamo le lettere, gli appunti, i diari (se ancora scriviamo lettere e non mandiamo solo vagoni e vagoni di volatili email), hanno una durata di molto inferiore agli inchiostri di solo un secolo fa. In musei, biblioteche, archivi, collezioni private, ancora troneggiamo manoscritti, epistole, codici, redatti nei secoli bui, conservati spesso anche senza troppa cura, eppure giunti fino ai giorni nostri attraverso polvere e umidità. I libri di più di cinquecento anni fa (a partire dalla Bibbia di Gutenberg, il primo libro stampato) sono ancora oggi consultabili.
Penso agli appassionati di fotografia: la maggior parte delle foto digitali vengono oggi stampate con stampanti inkjet su carta fotografica apposita. Qualcuna va a finire negli album, altre nei cassetti, poche vengono esibite sulle pareti domestiche o dello studio, esposte alla luce del sole. Le foto a colori ottenute dallo sviluppo e stampa del rullino dal fotografo iniziano a sbiadirsi in un paio di anni. Quelle stampate a getto d'inchiostro durano circa un mese.
Diventa, quindi, non solo una questione pratica ma anche culturale: c’è un rapporto spersonalizzante con i ricordi, mediato da uno schermo o da un lettore mp3. Si vanno perdendo le valenze che possedevano le lettere monoscritte, con il profumo della carta e la storia che si portavano appresso del loro viaggio tra timbri, francobolli, stropicciature. Il piacere di sfogliare un album di fotografie, tra fogli di leggera velina, per riscoprirle ancora vivide, solo un po’ ingiallite dal tempo. Soffiare via la polvere dai vecchi quaderni di scuola dei nostri nonni e rileggere a chiare lettere gli inciampi d’ortografia.
Tenerli tra le mani questi ricordi.
“L’archivio non riguarda il passato, riguarda l’avvenire”, diceva Jaques Derrida. Questo deve fare pensare all’approccio che abbiamo e che vogliamo con le nostre memorie, perchè non siano solo impalpabili files.


L'autore

Silvia Valenti

Silvia Valenti è nata a Bergamo nel 1984.
Laureata in Comunicazione Politica e Sociale presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Milano, è giornalista professionista dal 2012.
E’ corrispondente per Repubblica TV, coordinatrice di Benessere.com Tv e direttrice della rivista BMag Bergamo Magazine e del giornale online Fratelli d'Arte Magazine.
Nel 2013 ha collaborato all'organizzazione del “Concerto di Primavera”, evento musicale di beneficenza con 10 grandi interpreti della canzone italiana, che ha visto al Teatro Donizetti di Bergamo il gemellaggio tra la banda dell’Accademia della Guardia di Finanza e la Sanremo Festival Orchestra.
Dal 2010 al 2012 è stata giornalista, reporter e conduttrice presso l’emittente televisiva locale Videobergamo.
Dal 2011 al 2012 ha collaborato come freelance per il mensile economico finanziario Credit Magazine.
Nel 2010 ha lavorato come addetta stampa e organizzatrice di eventi per Legambiente Bergamo Onlus.
Dal 2007 al 2010 ha collaborato con la rivista di approfondimento culturale Dedalus.
E’ appassionata di fotografia, letteratura e nuove tecnologie.
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