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Quando il doppiaggio e la traduzione rovinano un film

Dibattito sul cinema in lingua

di Silvia Valenti - 19 settembre 2013
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Il film in lingua originale piace. E forse ancor più della versione doppiata. Gli italiani stanno iniziando ad abituarsi ai dialoghi stranieri, vuoi per una conoscenza maggiore delle lingue, in particolare quella inglese, vuoi per un crescente atteggiamento purista nei confronti del cinema. Recentemente mi è capitato di vedere il film Le fils de l’Autre di Lorraine Levy. Nella versione originale sono quattro le lingue presenti: francese, ebraico, arabo e inglese. Le due famiglie protagoniste, una israeliana e l’altra palestinese dialogano tra loro in francese, come lingua franca, il protagonista ebreo quando va in Cisgiordania non riesce a parlare con i locali perché non capisce l’arabo: sono tutte dinamiche comunicative che enfatizzano la difficoltà di interazione tra le due culture. Tutto questo nel doppiaggio italiano si perde un po’, appiattito dalla traduzione in un’unica lingua. Un vero peccato.

Doppiare un film non è come tradurre un semplice testo, ma si tratta di un lavoro più complesso di adattamento dei dialoghi, rendendoli coerenti con una serie di fattori culturali, modi di dire, proverbi, espressioni tipiche che, se tradotti letteralmente, non significano nulla o fanno perdere l’impatto emozionale del dialogo.


Doppiaggio si o doppiaggio no? Un po’ di storia

Una pellicola recente che ha fatto tornare in auge il dibattito, per la verità mai sopito, sul doppiaggio dei film stranieri è Django Unchained di Quentin Tarantino: numerosi cinema hanno scelto di proporre la visione in lingua originale, molto apprezzata dagli spettatori. Facciamo un salto indietro nel tempo, partendo proprio del genere western: a cavallo degli anni ’50 e ’60, soprattutto nei film western, il doppiaggio era ritenuto essenziale anche perché in molti casi la presa diretta non era possibile. I set dei film di Sergio Leone, per esempio, ospitavano attori di diverse nazionalità, scelti in funzione dell’espressività del viso per i suoi celebri primi piani, piuttosto che per la recitazione o la dizione, si veda Mario Brega. Così in Per un pugno di dollari la voce malinconica di Eastwood è affidata a Enrico Maria Salerno, mentre Gian Maria Volontè ha la voce di Nando Gazzolo. Un altro esempio è Pier Paolo Pasolini, che utilizzava il doppiaggio italiano di attori italiani per una ragione stilistica: molti dei soggetti utilizzati per i suoi film erano letteralmente presi dalla strada, non erano attori professionisti.

E così in Italia comincia a svilupparsi una solida tradizione di doppiaggio e nascono rinomate scuole per doppiatori. Non possiamo dimenticare Ferruccio Amendola, la voce di Robert De Niro, Al Pacino, Sylvester Stallone (non nel primo Rocky, che è stato doppiato da Gigi Proietti, così come Mean Streets e Casinò) ormai entrata nell’immaginario collettivo italiano. Certo non si può non avvertire un senso di straniamento quando, abituati a identificare un attore dalla sua “voce italiana”, troviamo Giancarlo Giannini a doppiare Al Pacino in Carlito’s Way. È, però, questione di pochi istanti, perché presto ci si accorge di come il doppiaggio sia addirittura riuscito ad accrescere il fascino dell’attore americano, regalandogli un prestigio recitativo aggiunto all’espressività mimica.

Ma non accade sempre così. Recentemente all’uscita nelle sale, nel gennaio 2013, il doppiaggio del film Lincoln di Steven Spielberg ha sollevato numerose riserve da parte di critici e pubblico, che non hanno apprezzato la recitazione enfatica Pierfrancesco Favino, voce italiana del protagonista Daniel Day-Lewis.
Si pensi anche ai musical: una tipologia che difficilmente può essere doppiata senza perdere la sua forza emotiva, la comunicatività immediata della canzone. Questa primavera, intanto, è stato distribuito Les misérables, un film musicale quasi interamente cantato e proiettato in versione originale con sottotitoli. La Universal non ha preso in considerazione la possibilità di una versione doppiata. Un passo avanti.


Un pubblico più attento e poliglotta

La diffusione dei DVD con diversi doppiaggi a disposizione, canali televisivi come Sky o siti internet che offrono anche la versione in lingua originale con o senza sottotitoli, l’abitudine a navigare sul web utilizzando l’inglese, sono aspetti che stanno cambiando il modo di approcciare anche la visione dei film.
La dimostrazione è la nascita in tutta Italia delle sale che propongono film in versione originale. A Roma spicca il cinema Barberini, oltre che al Nuovo Olimpia, all'Alcazar, al Nuovo Sacher, e nelle multisale Lux e Odeon in alcuni giorni della settimana. A Milano proiezioni in originale sono in programma all'Anteo, all'Arcobaleno e al Mexico. A Bari all'ABC e alla Galleria; a Bologna al Chaplin e al Lumière. A Bergamo il cinema Capitol e durante la rassegna annuale di cinema d’essai “Bergamo Film Meeting” l’Auditorium. E poi ancora Parma, Modena, Ravenna, Catania.


Tradurre i titoli in italiano: come banalizzare un film

Un altro capitolo, poi, sarebbe da dedicare alla traduzione dei titoli dei film, spesso davvero da considerarsi un oltraggio all’opera. Con l’intento di attirare in sala più gente possibile si fa leva su titoli ridicoli o non inerenti alla trama. Alcuni esempi? Eternal sunshine of the spotless mind diretto da Michel Gondry in italiano è diventato Se mi lasci ti cancello, portando ad un’interpretazione di commedia leggera e sciocca quando l’anima della pellicola è ben più profonda. E poi ancora Intolerable Cruelty dei fratelli Coen diventa Prima ti sposo, poi ti rovino. The break-up diretto da Peyton Reed arriva in Italia con il titolo banale Ti odio, ti lascio, ti... . The outlaw Josey Wales (letteralmente il fuorilegge Josey Wales) di Clint Eastwood tradotto in Il texano dagli occhi di ghiaccio, è fuorviante perché il protagonista è del Missouri e non del Texas. Home alone di Chris Columbus è diventato Mamma ho perso l’aereo; Incendiary di Sharon Maguire Senza apparente motivo; The Texas chainsaw massacre di Tobe Hooper diventa un monito diretto: Non aprite quella porta; There will be blood per la regia di Paul Thomas Anderson diventa Il petroliere perdendo così molto del suo impatto cruento, Vertigo di Hitchcock La donna che visse due volte, spostando l'attenzione dal protagonista maschile alla bellissima Kim Novak; The Expendable di Sylvester Stallone (letteralmente i “sacrificabili”) diventa I mercenari; poi Dude where’s my car? di Danny Leiner tradotto nel ben più sciocco Fatti, strafatti, strafighe. E ancora la traduzione Un giorno senza fine di At the end of the day del regista Cosimo Alemà, è letteralmente sbagliata. E per chiudere la carrellata un altro filone: i titoli inglesi che vengono modificati mantenendo la lingua inglese: A haunted house (lett. la casa stregata) per la regia di Michael Tiddes diventa Ghost Movie richiamando il filone di commedie demenziali di Scary Movie e Death at a Funeral di Frank Oz modificato in Funeral Party.


L'autore

Silvia Valenti

Silvia Valenti è nata a Bergamo nel 1984.
Laureata in Comunicazione Politica e Sociale presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Milano, è giornalista professionista dal 2012.
E’ corrispondente per Repubblica TV, coordinatrice di Benessere.com Tv e direttrice della rivista BMag Bergamo Magazine e del giornale online Fratelli d'Arte Magazine.
Nel 2013 ha collaborato all'organizzazione del “Concerto di Primavera”, evento musicale di beneficenza con 10 grandi interpreti della canzone italiana, che ha visto al Teatro Donizetti di Bergamo il gemellaggio tra la banda dell’Accademia della Guardia di Finanza e la Sanremo Festival Orchestra.
Dal 2010 al 2012 è stata giornalista, reporter e conduttrice presso l’emittente televisiva locale Videobergamo.
Dal 2011 al 2012 ha collaborato come freelance per il mensile economico finanziario Credit Magazine.
Nel 2010 ha lavorato come addetta stampa e organizzatrice di eventi per Legambiente Bergamo Onlus.
Dal 2007 al 2010 ha collaborato con la rivista di approfondimento culturale Dedalus.
E’ appassionata di fotografia, letteratura e nuove tecnologie.
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