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Marilyn Monroe: il corpo del mito, la diva eterna

Viaggio alla ricerca della fragile donna, nascosta sotto la patina da star

di Veronica Cuni - 3 ottobre 2013
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Sarei pronta a scommetterlo: non c’è nessuno al mondo che non la conosca o non ne abbia mai sentito parlare: mi riferisco a Marilyn Monroe. Il fenomeno della bionda più sensuale della storia del cinema hollywoodiano è davvero unico, forse irripetibile. Marilyn è ingannevole, è una superficie caleidoscopica e slittante. E’ bomba sexy e bambina innocente, oca svampita ma anche donna profondamente malinconica.    

Marilyn è icona, simbolo celebre della pop art e, come la Campbell Soup, è esempio perfetto del consumo di massa: stereotipato, fissato e immutabile, immediatamente riconoscibile, infinitamente riproducibile, un gadget da possedere qui ed ora. Addirittura trasversale: anche quando è ormai una diva adorata da tutti non dimentica di avere sulle spalle un passato pesante, fatto di miseria, violenza, ignoranza; Francesca Brignoli, studiosa della diva e coautrice di “Marilyn Monroe” insieme a Nuccio Lodato, parla di “infanzia chapliniana”, da piccola fiammiferaia insomma, orfana di padre, con una madre con problemi psichiatrici, abbandonata, sballottata da una famiglia all’altra, maltrattata. Un’infanzia da nomade, che non ha mai origine, né provenienza, e di conseguenza, nemmeno futuro. Tutto ciò permane in Marilyn e le permette di portare sullo schermo un carico di patetismo molto reale. E così ecco che, continua Brignoli, se la si legge nella sua compattezza, Marilyn non è mai davvero amata, non ha mai un rapporto equilibrato con un partner, è sempre preda. Ed è come se i registi stessi fossero più o meno consciamente consapevoli di questo e dunque stimolati nell’assegnarle dei ruoli che riflettevano la sua vita. 

 


Marilyn Monroe, icona della cultura pop
Un corpo che cattura l'America puritana
Ricordiamo che siamo negli anni del Rapporto Kinsey sul comportamento sessuale delle donne, che sconvolse l’America del buon costume. Proprio in quest’atmosfera esplode il corpo caldo di Marilyn, che forse solo l’America degli anni cinquanta avrebbe potuto creare, in piena guerra fredda, quasi come fosse un suo contrappeso.
Marilyn è un corpo che si muove perennemente nel solco della dualità, della contrapposizione, dei lati oscuri. Un vero e proprio corto circuito si crea fra la donna e l’icona. Francesca Brignoli mi conferma che pare addirittura impossibile separare la sua vita schermica da quella reale. Ciò che forse la rende speciale è proprio la sua capacità magmatica di “tirarti sempre dentro” a un’altra storia.
Il corpo di Marilyn è un tripudio di artifici, è studiato per apparire eccessivo, borderline, perennemente al confine fra il buono e il cattivo gusto, affine al mondo del travestimento. Non a caso fu (e anche oggi è) icona omosessuale: la Brignoli racconta che quando la diva era ancora in vita, nei sobborghi delle metropoli statunitensi si tenevano spettacoli di travestiti che la imitavano e lei spesso andava a vederli. Anche per via della forte amicizia che la legò a Paula Strasberg si vociferò che, nonostante tre matrimoni alle spalle, Marilyn fosse lesbica. Il parere della studiosa è un altro: quando hai dentro un baratro emotivo così lacerante tutto ciò che ti interessa è il legame affettivo, indipendentemente dal sesso della persona che ti porge la mano. Arthur Miller, famoso scrittore e sceneggiatore e suo terzo marito, confidò: "Lei era in parte in ginocchio davanti al suo corpo e in parte pronta a sparare contro il suo stesso corpo". E’ una corporeità che davanti alla macchina da presa o all’obiettivo del fotografo implode e fa suo lo spazio intorno, riesce a catturarlo, ad assorbirlo. Quando, in visita in Corea, si fa sporgere dall’elicottero sulla folla dei soldati eccitati offre proprio il corpo, fa dono di sè. E ancora quando canta “Happy birthday” al presidente John Kennedy, strizzata nell’abito scintillante ed effetto nudo che ha fatto storia del costume, è puro corpo, lascia fluire una capacità vocale erotica clamorosa. 

 


Marilyn, figura pubblica e anima privata
La stella che veniva dal nulla
Marilyn era perfettamente conscia di venire dal basso: “E’ il pubblico che mi ha portato fin qui, non la Fox” diceva; e proprio quel delirio che scatenava nelle masse la faceva sopravvivere: “Il fatto di sapere di essere desiderata dalla gente mi faceva sentire meno sola”. Sullo schermo Marilyn creò una dimensione emotiva, anche per via di una maschera che indossava perennemente. Attraversò il cinema dietro questa maschera. Il suo modo di recitare era meccanico, enfatizzato, sembrava un burattino di se stessa. Truman Capote la definì “jambo banana split” ossia “divina in quanto sovraccarica”, impareggiabile. Lavorava molto su di sé, faceva pesi tutti i giorni, studiò con dedizione nel tentativo di innalzare le sue capacità intellettuali e raffinò continuamente la sua recitazione; era una perfezionista, forse la piccola Norma Jean che viveva in lei e che non l’abbandonò mai si sentiva sempre in difetto, ma possedeva anche un’ambizione di ferro. Il suo era un desiderio di farsi largo nel mondo, di non esistere solo alla periferia della visione delle persone, ma di occuparla appieno. Per tutta la sua vita Marilyn condusse le battaglie di Norma. 

 


Marilyn Monroe, introspettiva e malinconica
Nell'intimo così diversa e tormentata
C’era, al di là delle sue fragilità personali, una situazione oggettiva che corrispondeva ad un impasse: o sottomettersi a Hollywood o entrare nel silenzio. I suoi crolli nervosi e l’abuso di alcool e droghe avevano come causa questa cocente sconfitta.
Non poté liberarsene mai: l’ombra dell’idiozia aleggiò sempre su di lei, il marchio della bionda svampita le si cucì addosso come un vestito che fu costretta ad indossare. Una sorta di censura planò su vari aspetti della sua vita: i numerosi aborti spontanei, per esempio, che la fecero soffrire per anni e contribuirono a trascinarla nell’abisso della depressione per il fatto di possedere un corpo sterile. Mentre le sue insicurezze erano arcinote non tutti sapevano quanto fosse divertente. Il fotografo Sam Shaw ricordò: “Mai che si lamentasse delle ordinarie vicende dell’esistenza, mai che dicesse una cattiveria sul conto di alcuno e in più possedeva un meraviglioso e spontaneo senso dell’umorismo”. Lontana dai riflettori, fragile, smarrita, affidava a carta e penna i suoi tormenti più profondi, e ne emergeva una donna sdoppiata, alla perenne ricerca di se stessa. Le sue poesie ci raccontano l’amara solitudine della sua anima, che tutti intorno si ostinavano a ignorare, e la consapevolezza di essere intrappolata in un destino dal quale non aveva scampo. Costanti nei suoi versi sono i cupi presagi di morte che, in quella fatidica notte di agosto, giunse a strapparla alla vita, sottraendola al mondo e consegnandola per sempre al Mito.

 

La strada che conduce alla tragedia
La sua morte tragica, appunto. Fiumi di inchiostro sono stati sprecati in tutti questi anni per cercare una risposta. Complotto politico? Omicidio? Overdose? Suicidio? Forse, molto più semplicemente, fu incapacità di stare al mondo. L’ex marito Arthur Miller scrisse: “Marilyn la bimba che è in te coglie l’allegria e la promessa, la donna che è in te vede la tragedia e la mortalità”. Marilyn percepiva se stessa come un fantoccio, un corpo ormai disintegrato e dato in pasto allo star-system e ai suoi dettami famelici, in balia di una disperazione che lo divorava piano piano. Dopo un’esistenza passata in bilico nel solco dell’ambiguità, aveva perso se stessa e anche l’uscita di scena dalla vita terrena contribuisce a renderla quasi una dea, poiché è eterna, non ha origine e non ha fine. 


Marilyn Monroe
Per Pasolini la morte di Marilyn è un evento traumatico che richiede un omaggio da esprimere in versi commossi:

“Del mondo antico e del mondo futuro
era rimasta solo la bellezza, e tu,
povera sorellina minore, 
quella bellezza l’avevi addosso umilmente,
te la sei portata dietro come un sorriso obbediente.
L’obbedienza richiede troppe lacrime inghiottite,
il darsi agli altri, troppo allegri sguardi.
Così ti sei portata via la tua bellezza”.

Il Corpo del Mito dunque, ricordato da tutti, eterno quanto inafferrabile.

 


Tributo a Marilyn Monroe
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L'autore

Veronica Cuni

Veronica Cuni, classe 1987. Dopo gli studi classici ha conseguito la laurea in Lettere Editoria e Produzione Multimediale. In seguito si è specializzata in Lettere e Metodi per la Comunicazione presso l’Università di Milano. Nel 2011 è entrata a far parte della redazione giornalistica televisiva di VideoBergamo, dopo aver svolto uno stage durante gli studi universitari. Da qui la passione per l’approfondimento della notizia, le interviste, il montaggio, la conduzione. Ha, inoltre, insegnato italiano, storia, geografia e latino presso una scuola media paritaria di Bergamo. Suona il pianoforte e nutre interesse per le lingue straniere, in particolare lo spagnolo. Amo leggere, scrivere, viaggiare. Di se stessa dice: “Sono d’indole curiosa e sognatrice, mi appassionano il cinema, il teatro, l’arte figurativa, la musica e la moda”.
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