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Il cyberspazio, nell'arte e nella società

L'uomo e la modernità

di Enrico Ratti - 23 novembre 2013
1568

Il 1978 è l'anno in cui si conclude la parabola delle discipline e delle avanguardie artistiche e culturali sorte, nel 1912, su un modello universalistico di natura ottocentesca. La letteratura di questo periodo ci restituisce un modello di uomo necessario soprattutto all'economia politica: l'uomo moderno, l'ultimo uomo possibile e immaginabile. Un uomo molto razionale che però nasce difettoso e marchiato da un'assenza tanto necessaria alla teocrazia, quanto devastante in materia di arte e di cultura: quella di Dio.


Moby Dick
La letteratura del Novecento traccia dunque il ritratto di un uomo sopravvissuto alla morte di Dio. E questo orfano vive in un'Europa oscura e primordiale. L'Europa diventa dunque la terra ideale dove ambientare le gesta di questo angelo caduto in disgrazia. In questa terra devastata dai totalitarismi, dalla guerra e dalla carestia ciò che resta della civiltà rinascimentale viene spazzato via dagli epigoni dell'ideologia illuministicoromantica: il fascismo e il comunismo. Sicché l'uomo moderno, l'ultimo uomo senza arte e cultura, il perdigiorno, vive a diretto contatto con i sensi e con la sua natura selvaggia e ribelle. E questo strano animale fantastico, chiamato flaneur, influenza con le sue gesta schiere di scrittori e di artisti tra cui i più interessanti, sia per invenzione linguistica che per fantasia, sono Joyce, Beckett e Flaubert. Mentre i libri più importanti sono Moby Dick di Melville, L'uomo senza qualità di Musil, l'Ulisse di Joyce e poi il precursore dei precursori il Don Chisciotte di Cervantes; un romanzo ironico che descrive la fine dell'epoca cavalleresca. Epoca che è la fonte ispiratrice della letteratura romantica, dell'uomo ferito, dell'uomo caduto in disgrazia, del flaneur che splendido e dannato affascina tantissimi scrittori e poeti e altrettanti filosofi della salvezza e della salute pubblica.

 

La figura dell'uomo, mutata e mutabile
Con il flaneur incomincia a delinearsi anche una poetica pervasa dall'idea del peccato originale e dal senso di colpa. Le conseguenze di tutto questo groviglio di fantasmatiche nevrotiche porta alla creazione della figura del proletario, del ribelle e del grande criminale. All'alba della prima rivoluzione industriale sorge, dunque, tutto un manipolo di adoratori della natura selvaggia e degli istinti animaleschi che si assumono il compito di salvare l'umanità dall'ideologia del consumo e dallo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.


Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il quarto stato (1901)
Ecco fatto il marxista ed ecco realizzata la terra d'utopia: l'Unione Sovietica. Ma allora la fine dell'Urss sarebbe anche  la fine di tutti gli ideali naturalistici, anarchici e libertari ispiratori di una così imponente mole di capolavori? E oggi vale ancora la pena di invocare, come ha fatto Pasolini, il ritorno di un'Arcadia perduta per salvaguardare l'uomo, la sua lingua e le sue tradizioni dall'ideologia consumistica, dalla globalizzazione dei mercati e dalle nuove tecnologie? Ci si può ancora permettere di attendere la venuta di quel terribile redentore capace di restituire al mito, al rito e alla natura l'arte e la cultura? Per ora vediamo soltanto un eroe sconfitto e disperato aggirarsi stordito e depresso tra le vestigia e le rovine delle glorie passate e tra le macerie di un'utopia irrealizzabile: quella della fine del tempo e del lavoro in vista della festa perenne dell'umanità. Un'utopia che è alla base di tutto il discorso occidentale dove al lavoro dell'uomo si è invano cercato di sostituire quello della macchina. Ma allora quale scrittore e quale artista dopo tutti questi rivolgimenti e dopo tutte queste reazioni nei confronti della civiltà del Rinascimento, la civiltà dell'invenzione e del fare? Nell'era di internet e del cyberspazio la terra purificata dal lavoro dell'uomo si vanifica perché, come mette in evidenza l'informatica, quello che più conta oggi è la connessione tra scrittura, linguaggio e tempo. Una connessione che dimostra come le parole elettroniche dissipino l'idea di un supposto uomo ideale senza padre e senza Dio, e non concorrano più a perpetuare qualsiasi modello o principio sorto all'insegna del buon selvaggio, del sentimento giacobino e del pensiero debole. In questo contesto ultramoderno internet oggi è diventato un dispositivo di scrittura inaudito e, quindi, anche la base e la condizione per l'invenzione di una società e di un'humanitas liberi  e artificiali.

 


L'autore

Enrico Ratti

Enrico Ratti è nato a Mantova nel 1952, vive e lavora tra Mantova e Milano, è disegnatore, pittore, illustratore, scrittore e giornalista. Si forma nella Bologna intellettualmente molto vivace degli anni settanta e si laurea al Dams con una tesi sull'opera di Cesare Zavattini. Da allora l'unico interesse è per l'arte e la cultura. Diverse le mostre allestite, in Italia e all'estero. Come giornalista, dal 2000, incontra e intervista artisti, scrittori, intellettuali e dissidenti di tutto il pianeta.
Nel 2002 pubblica il romanzo "Delinquenti nati". Nel 2007 il poemetto "Canti di Cipada" e nel 2008 il libro di disegni "Manuale intellettuale". Nel 2010 pubblica "Manifesto per l'Europa". Un libro che ha suscitato commenti, interventi e scritti da parte delle maggiori personalità politiche e economiche d'Europa. Nel 2005 vince il premio letterario "Laurence Olivier e Vivien Leight".
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