Oggi è ...

Le scarpe servono per "restare vivi"

Nel Giorno della Memoria le parole di un grande autore italiano

di Veronica Cuni - 27 gennaio 2014
9996

Dagli ultimi mucchi di cadaveri
Una voce grida: “Scarpe!”
Le scarpe sono più importanti del cibo!
Chi non prosegue
viene ucciso. Poiché
il procedere è prezioso
per colui che
non riuscì a sfuggire
in tempo al nostro secolo
strascicando il passo
un candidato alla morte dopo l’altro
rabbrividendo miseramente poiché
il debole fuoco della vergogna dei posteri
non riscalderà più alcuno.

Gunter Kunert, Trarre Insegnamento



Montagna di scarpe nel museo di Auschwitz
Le scarpe: la loro immensa importanza all’interno dei campi di concentramento è espressa al meglio in queste poche righe del poeta tedesco Kunert. Del resto chiunque si rechi oggi al Museo Statale di Auschwitz non può non rimanere impressionato dalla quantità di calzature di ogni colore, misura, modello, custodite in teche e raggruppate a mucchi alti metri e metri. Montagne di scarpe, testimoni superstiti di uno sterminio di proporzioni incalcolabili.
Strascicare il passo, come scrive Kunert, all’interno del Lager per Levi non era ammesso. L’imperativo era: “camminare dritti”. Così anche la cura nel conservare le calzature e nel mantenerle in buono stato durante l’esperienza del campo di concentramento denota in Levi un’abitudine alla quale non si può e non si deve rinunciare. Per restare vivi, per non cominciare a morire a poco a poco: “Appunto perché il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si può sopravvivere, e perciò si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza; e che per vivere è importante sforzarci di salvare almeno lo scheletro, l’impalcatura, la forma della civiltà”. (Primo Levi, Se questo è un uomo)


Il cancello di Auschwitz
Ecco quindi la necessità, sentita intimamente da Levi, di rimanere tenacemente aggrappati alla vita tramite i piccoli gesti quotidiani, come pulire le scarpe e continuare a lavarsi la faccia, azioni che scandivano il meccanico alternarsi di luce e buio nell’alienante vita di un prigioniero. La morte comincia dai piedi”: è Levi stesso a dirlo nelle prime pagine di Se questo è un uomo. Lo scrittore, nel corso della sua narrazione cruda e distaccata della tragedia della detenzione ad Auschwitz, descrive con intensità il suo stato d’animo interiore quanto i particolari esteriori del campo, i dominatori e i soggiogati, il contatto quotidiano con la morte.

Le scarpe rivestono un’importanza immensa così come, di conseguenza, la gara fra i prigionieri per ottenerne un paio decente. Senza scarpe, infatti, si camminava e si lavorava con difficoltà, incorrendo nelle punizioni. Il semplice fil di ferro, reperito alla bell’e meglio all’interno del campo e spesso con grandi rischi, poteva essere un prezioso strumento per riparazioni d’emergenza delle calzature.


I dormitori di Auschwitz
Lo scrittore espone anche l’anomalia della distribuzione di scarpe spaiate ai detenuti. A lungo andare, questo squilibrio provocava malformazioni anatomiche e possibili patologie infettive che, nel giro di poco tempo, conducevano molti a morte certa.
Durante le selezioni, le ferite agli arti inferiori venivano spesso prese a pretesto dei medici delle SS per qualificare il prigioniero inabile al lavoro, inutile. Da qui la triste espressione “morire di scarpe”: “Né si creda che le scarpe, nella vita del Lager, costituiscano un fattore di importanza secondaria. La morte incomincia dalle scarpe: esse si sono rivelate, per la maggior parte di noi, veri arnesi di tortura, che dopo poche ore di marcia davano luogo a piaghe dolorose che fatalmente si infettavano. Chi ne è colpito è costretto a camminare come se avesse una palla al piede; arriva ultimo dappertutto, e dappertutto riceve botte; non può scappare se lo inseguono; i suoi piedi si gonfiano più l’attrito con il legno e la tela delle scarpe diventa insopportabile. Allora non resta che l’ospedale: ma entrare in ospedale con la diagnosi di "dicke Fusse" (piedi gonfi), è estremamente pericoloso, perché è ben noto a tutti, soprattutto alle SS , che di questo male non si può guarire.” (Primo Levi, Se questo è un uomo)

 

Essere senza scarpe è una colpa molto grave
Forse è soprattutto nel romanzo La tregua che emergono dettagli di grande interesse sul tema delle scarpe, in quanto la narrazione stessa costituisce una marcia continua, il procedere dei corpi è un atto imprescindibile. Nel faticoso tentativo di recupero di quella dignità umana che il lager aveva annientato (perché il ritorno in patria non è altro che questo), le scarpe continuano a ricoprire un ruolo di grande importanza. Al primo contatto con Mordo Nahum (“il greco”), Primo Levi non può fare a meno di notare che “Non presentava nulla di notevole, salvo le scarpe, di cuoio, quasi nuove, di modello elegante: un vero portento, dato il tempo e il luogo.” (Primo Levi, La tregua)


Primo Levi
Poco più avanti, Levi descrive minuziosamente anche le calzature che lui stesso indossava all’inizio del tortuoso viaggio, che partì da Auschwitz e arrivò a Torino dopo aver attraversato ben sette Paesi: Polonia, Unione Sovietica, Romania, Ungheria, Cecoslovacchia, Austria e Germania: “Calzavo un paio di curiose calzature quali in Italia ho visto portare solo dai preti: di cuoio delicatissimo, alte fin sopra il malleolo, senza legacci, con due grosse fibbie e due pezze laterali di tessuto elastico che avrebbero dovuto assicurare la chiusura e l’aderenza.” Delicatissime, un aggettivo che non poteva di certo confarsi ad almeno sette chilometri di cammino che in quel momento separavano i protagonisti da Cracovia, la prima meta del loro viaggio. Infatti: “Dopo venti minuti di cammino, le mie scarpe erano andate: la suola di una si era staccata, e l’altra stava scucendosi.”


Scarpe rosse, protesta contro il femminicidio
Primo Levi si macchia allora di una colpa imperdonabile, glielo dice senza mezzi termini il suo compagno di viaggio, “il greco”: “Allora sei uno sciocco, chi non ha scarpe è uno sciocco.”
Una colpa molto grave: poiché in periodo di guerra chi ha le scarpe può andare in giro a cercare cibo, mentre non vale l’inverso. Lo scrive anche Kunert: “Le scarpe sono più importanti del cibo!”. Ma Levi, pur notando i rottami informi ai suoi piedi, tanto diversi dalle meraviglie lucenti che indossava “il greco”, non capisce subito in che cosa consiste la sua colpa, per lui la guerra è finita. Ecco allora che, lapidaria come pietra pesante, la riposta di Mordo non lascia spazio a speranze: Guerra è sempre”. (Primo Levi, La tregua)

 

Scarpette rosse

C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
“Shulze Monaco”.
C’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buckenwald
erano di un bambino di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perché i piedini dei bambini morti non crescono.
C’è un paio di scarpette rosse
a Buckenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole.

 Joyce Lussu

 

Le scarpe, in questo caso quelle dei bambini di Buckenwald, ma di tutti i campi di concentramento, continuano a offrire suggestioni agli scrittori, e questa toccante poesia ne è un esempio lampante. Una moltitudine di piccole scarpe nuove o poco usate costituiscono la testimonianza tangibile dei passi lasciati incompiuti, del numero incalcolabile di bambini divorati dai forni.
Divenendo più attuale che mai, la simbologia delle scarpe rosso sangue giunge fino ai nostri giorni configurandosi come emblema di protesta contro la violenza sulle donne e i femminicidi, come dimostrano diverse installazioni in numerose città d’Italia nel corso del 2013.  


Scarpe sulla riva del Danubio in Polonia
Attualmente in Ungheria, soprattutto concentrati a Budapest, vivono circa 100.000 ebrei. Il paese è ora democratico, ma le vecchie paure sono sempre in agguato. Le ricordano costantemente quelle scarpe di metallo inserite nel calcestruzzo create nel 2005 da Gyula Pauer e Can Togay sulle sponde del Danubio, simbolo per eccellenza delle libere scelte di un popolo. Questo Memoriale commemora quelle uccisioni in massa del '44-45; le vittime dalla stella di Davide appuntata al petto venivano allineate sull'argine del re dei fiumi e fucilate verso l'acqua; molto pratico, nemmeno la fatica di dover seppellire i corpi, il fiume silenzioso li inghiottiva.

Impressionanti installazioni testimoniano come la scarpa abbia abitato e abita così frequentemente la storia contemporanea, forse proprio per la natura ambivalente di questo oggetto per i tempi odierni, molto legato alla dimensione del femminile, d’uso comune e tuttavia seducente, sempre in bilico fra bisogno ed eleganza, necessità e feticismo. Un oggetto abituale ha acquisito, così, nuova vita e insolite valenze simboliche, liberando originali, inedite associazioni. La scarpa diventa estensione del corpo, deposito di memoria, segno attraverso il quale si svelano le ossessioni o le fobie della vita quotidiana, metafora dell’identità femminile, archetipo di un percorso d’individuazione.

 

Le scarpe, simbolo del percorso della vita 


Scarpe in riva al Danubio
Irrinunciabili alleate di sopravvivenza per Levi, depositarie di una memoria collettiva o emblemi di un messaggio da lanciare anche in maniera provocatoria, conservano ancora l’incredibile potere di preservare la salute dell’individuo (basti pensare ai modelli antinfortunistica o a quelli ortopedici), ma sono anche divenuti oggetti di culto e status symbol per le folli mode dei nostri giorni e non solo.
Le scarpe attraversano l’immaginario collettivo con poliedrici significati che non potrebbero essere più disparati, tutto è il contrario di tutto, è un inganno perenne, come nel proverbio del contadino: scarpe grosse e cervello fino.
Una parte del corpo considerata “poco nobile” i piedi, sono in realtà così importanti per la nostra mobilità e per la salute generale di ogni essere umano. Nelle scarpe sono contenuti i nostri passi, dunque, il percorso della nostra vita.


L'autore

Veronica Cuni

Veronica Cuni, classe 1987. Dopo gli studi classici ha conseguito la laurea in Lettere Editoria e Produzione Multimediale. In seguito si è specializzata in Lettere e Metodi per la Comunicazione presso l’Università di Milano. Nel 2011 è entrata a far parte della redazione giornalistica televisiva di VideoBergamo, dopo aver svolto uno stage durante gli studi universitari. Da qui la passione per l’approfondimento della notizia, le interviste, il montaggio, la conduzione. Ha, inoltre, insegnato italiano, storia, geografia e latino presso una scuola media paritaria di Bergamo. Suona il pianoforte e nutre interesse per le lingue straniere, in particolare lo spagnolo. Amo leggere, scrivere, viaggiare. Di se stessa dice: “Sono d’indole curiosa e sognatrice, mi appassionano il cinema, il teatro, l’arte figurativa, la musica e la moda”.
Cerca
Letteratura - Ultime news...
10 ott 2018 | 387
19 feb 2018 | 906
21 mar 2017 | 955
15 mar 2017 | 824
12 mar 2017 | 904
15 feb 2017 | 1376
14 feb 2017 | 1066
31 gen 2017 | 1227
16 dic 2016 | 1573
11 nov 2016 | 1722
20 set 2016 | 1138
25 mag 2016 | 1481

Letteratura

Visualizza tutti gli articoli
Fratelli d'Arte Magazine - Testata giornalistica registrata - Reg. Trib. di L'Aquila n. 4/13
Direttore responsabile Silvia Valenti - Contatti: redazione@fratellidartemagazine.it 
© 2013 Fratelli d'Arte Associazione Nazionale - Tutti i diritti sono riservati - Realizzato da oasiWEB