Oggi è ...

Andiamo verso un’Italia senza scrittori o senza lettori?

Intervista video al critico letterario Andrea Cortellessa

di Silvia Valenti - 6 febbraio 2014
2023

È un ritratto di luci e ombre quello delineato dal documentario “Senza scrittori”, in cui il critico Andrea Cortellessa, intervistando editori, critici, librai, denuncia le dinamiche dell’industria del libro legate allo strapotere dei grandi gruppi e dell’editoria italiana, che arrivano a relegare in un angolo l’operato dei critici e a spingere sul mercato soltanto prodotti costruiti secondo una logica industriale.

Andrea Cortellessa è un critico letterario attento e un profondo conoscitore del panorama letterario, storico della letteratura e professore associato all'Università Roma Tre presso il DAMS, dove insegna Letterature Comparate e Storia della Critica. Attraverso la sua opera traspare una previsione agrodolce del futuro dell’editoria: da un lato i pregi e le infinite opportunità di diffusione della rete come grande magazzino di raccolta e catalogazione di informazioni e opere, dall’altra il declino del ruolo dell’editore e del critico letterario come mediatori tra autori e pubblico, capaci di dare indicazioni sulla qualità dei prodotti.
Nel documentario di Cortellessa e Archibugi emerge anche una critica al mondo dei premi letterari, con una lunga sezione dedicata allo Strega.
Il documentario, ben costruito nelle scene e nei contenuti, dà voce a molti celebri autori e addetti ai lavori, attraverso interviste a: Marco Belpoliti, Tiziano Scarpa, Antonio Scurati, Giorgio Vasta, Valentino Zeichen, Giuseppe Antonelli, Francesco Piccolo, Raffaele Manica, Gabriele Pedullà, Antonio Franchini, Alberto Magnani della Demoskopea, Francesco Cataluccio, Giulio Mozzi, Piero Gelli, Stefano Mauri, Sergio Bianchi e Ilaria Bussoni di DeriveApprodi, Romano Montroni, Stefano Salis, Vincenzo Orieti e Carla Tombolini della Libreria Tombolini, Carla Bernini e Luca Nicolini del Festival di Mantova, Antonella Bukovaz, Moreno Miorelli e Donatella Ruttar della Stazione di Topolò.

Sotto l'articolo trovate l'intervista video al critico letterario Andrea Cortellessa.

 

Italia: paese di Santi, navigatori e poeti si diceva. Tanti autori, pochi lettori?
Nel 1975, quindi ormai già 40 anni fa, venne pubblicata una famosa antologia di poesie che si intitolava Il Pubblico della Poesia, che teorizzava come appunto che i poeti fossero gli unici lettori dei poeti o che coloro che leggono i poeti in realtà aspirino a diventare poeti. Un problema che oggi riguarda un po’ tutte le forme di scrittura.

Anche perché la rete ha incoraggiato tanta scrittura non omologata, non rappresentata. Quindi uno dei paradossi è che oggi è molto facile pubblicare le proprie parole, molto più che in passato, ma è molto più difficile trovare lettori. Un paradosso squisitamente della nostra contemporaneità. C’è uno scrittore a me molto caro, Franco Arminio, che a proposito della rete ha parlato di “autismo corale”, come nel meccanismo dell’autistico che percepisce solo il suo piccolo mondo e non riesce a vedere al di là del proprio naso.


Quel è il futuro del sistema editoriale?
I tradizionali canali di intermediazione, quelle che i sociologi chiamano “agenzie di intermediazione”, che possono essere la scuola, le università, i giornali e le riviste, l’editoria stessa, manifestazioni letterarie, sono forme residuali, che non dureranno più di qualche decennio. Che cosa prenderà il posto di quel sistema, che aveva i suoi pregi e i suoi difetti? Siamo di fronte ad una trasformazione profonda di un sistema che aveva le sue logiche di inclusione ed esclusione non scritte, molto radicate e a volte molto brutali, ma che era un sistema riconosciuto e riconoscibile. Il momento del passaggio dei libri ad un altro supporto, che sia il cd o il flusso di informazioni che passano attraverso la rete, è vicino, parliamo di qualche decennio. Il problema è capire, quando scomparirà il libro stampato, come fare a ristabilire quel circuito di scrittura e lettura, in cui la lettura è il nutrimento essenziale della scrittura, che tutto sommato è stato attivo e vigente da quando è stata inventata la stampa.

Oggi siamo difronte ad una mutazione antropologica che non ha precedenti: non si tratta solo di un passaggio da un sistema di scrittura ad un altro, come è stato con l’avvento del libro nel ‘500, ma da un modo di ricordare ad un altro. Certo, quella della stampa è stata una rivoluzione che ha avuto dei risvolti importantissimi nella storia dell’umanità, però il libro, anche se passava dal manoscritto alla stampa, restava un oggetto, aveva dei confini fisici che gli consentivano di essere collocato nello spazio. In fondo una biblioteca non è che l’espressione dell’arte di fare memoria. Quando i libri non esisteranno più, non verranno sostituiti con tutta probabilità da un altro oggetto, ma da un flusso di informazioni all’interno della rete telematica. Questa mutazione è molto più radicale perché la nostra memoria, che è congeniata come una biblioteca, come un luogo fisico, probabilmente si trasformerà o si sta già trasformando.

 

A che punto siamo in Italia nella diffusione dell'i-book?
Molto indietro rispetto ad altri paesi. In Italia ancora oggi predomina la diffusione del libro stampato, è solo una percentuale molto piccola quella dei lettori di libri digitali.

 

Parliamo di self-publishing: il futuro della letteratura passa attraverso il superamento della figura dell'editore?
È una grande mistificazione, soprattutto il self-publishing prodotto dalle case editrici. Si chiede alle persone di farsi editrici di se stesse, saltando ogni forma di mediazione, ma pagando. Oggi non è come in passato la vanity press, la pubblicazione a pagamento, uno strumento che è sempre esistito e che anche grandi autori hanno utilizzato per promuovere loro opere. Era considerato infamante, ma che ha avuto una funzione importante nel panorama letterario. Ricordiamo per esempio che il libro di esordio di Ungaretti o quello di Campana o di Moravia, sono stati pubblicati a spese degli autori. Negli anni ‘10 e ’20, però, la società letteraria era in grado di riconoscere che quell’opera auto-pubblicata aveva un valore, oggi non è più così e dovrà essere sostituito da una nuova forma di intermediazione culturale.

Oggi la perdita di ogni intermediazione finisce per essere una un inganno. Facciamo un esempio: pensiamo al mondo della politica contemporanea, che è caratterizzata dalla fine dell’intermediazione. La polemica contro le caste non è molto diversa da quella che circola contro l’editoria cartacea. Si dice che la politica abbia manovrato in maniera poco trasparente e spesso corrotta. Ma questo non significa che la politica rappresentativa sia facilmente sostituibile da altre forme di politicità. Questa situazione è la stessa che temo dovremo affrontare nel mondo della letteratura, dell’arte e della cultura. Una cosa che si dice molto spesso è che è finita l’editoria, almeno nella sua funzione originale, ed è finita la critica. Ora io, corporativisticamente, mi chiedo: sarà vero? Devo cambiare mestiere? Il punto è capire la funzione e l’utilità della critica letteraria. In un mondo dove chiunque pubblica se stesso a bassi costi, ma nessuno trova lettori, i critici come erano intesi nel ‘900 ovvero “artisti dell’interpretazione, arbitri elegantiarum”, diventano vigili urbani. In un sistema estremamente congestionato, dove le informazioni si moltiplicano e si sovrappongono, dove c’è molto traffico, c’è sempre più bisogno di chi faccia da semaforo. Probabilmente bisognerà mettere a punto una professionalità diversa, ma che mantenga questa funzione di ordinamento.

 

I premi letterari: ancora in grado di indirizzare il mercato e di stabilire cosa è qualitativamente rilevante?
La capacità di muovere il mercato c’è l’ha solo un premio, lo Strega. Anche se molte persone che ci lavorano sono animate da buone intenzioni e sicuramente stanno migliorando – tant’è che l’edizione 2013 è stata vinta da uno scrittore di tutto rispetto come Walter Siti – il premio Strega si è legato ad un’immagine di grande inaffidabilità, se vogliamo usare un eufemismo, e soprattutto di asservimento alla grande editoria e alle logiche commerciali. Un premio potrebbe continuare ad avere la sua funzione, come ce ne sono tanti di importanti in altri paesi, se riuscisse a seguire esclusivamente il principio della qualità. In Italia ci vorrebbe di un premio equivalente al National Book Award che, appunto, ha un rilievo nazionale, mentre oggi i premi di qualità esistono ma sono estremamente disseminati sul territorio, molto distanti gli uni dagli altri e non istituiscono più una gerarchia, una qualità di distinguere e qualificare i prodotti editoriali.

 


Intervista a Andrea Cortellessa
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L'autore

Silvia Valenti

Silvia Valenti è nata a Bergamo nel 1984.
Laureata in Comunicazione Politica e Sociale presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Milano, è giornalista professionista dal 2012.
E’ corrispondente per Repubblica TV, coordinatrice di Benessere.com Tv e direttrice della rivista BMag Bergamo Magazine e del giornale online Fratelli d'Arte Magazine.
Nel 2013 ha collaborato all'organizzazione del “Concerto di Primavera”, evento musicale di beneficenza con 10 grandi interpreti della canzone italiana, che ha visto al Teatro Donizetti di Bergamo il gemellaggio tra la banda dell’Accademia della Guardia di Finanza e la Sanremo Festival Orchestra.
Dal 2010 al 2012 è stata giornalista, reporter e conduttrice presso l’emittente televisiva locale Videobergamo.
Dal 2011 al 2012 ha collaborato come freelance per il mensile economico finanziario Credit Magazine.
Nel 2010 ha lavorato come addetta stampa e organizzatrice di eventi per Legambiente Bergamo Onlus.
Dal 2007 al 2010 ha collaborato con la rivista di approfondimento culturale Dedalus.
E’ appassionata di fotografia, letteratura e nuove tecnologie.
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