Oggi è ...

Gli anni di Rosa

Romanzo tratto dal dramma della guerra permanente in Kosovo

di Silvia Valenti - 23 febbraio 2014
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Copertina del libro Gli anni di Rosa
Rosa vive e lavora a Trieste, ma è costretta a lasciare l’Italia e a tornare nel suo paese, la Serbia, che sta per essere colpita dalla tragedia dei bombardamenti Nato del 1999. Partirà con l’intento di ritornare dopo pochi giorni, ma si trasformeranno in anni. Dopo aver abbandonato la sua vita per occuparsi dei genitori, si ritroverà a combattere in Kosovo per il suo popolo. Fra ricordi di anni vissuti nella tragedia del disfacimento della Jugoslavia e il dramma della perdita del Kosovo e della Metohija, la Sacra Terra dei Serbi, una storia di rabbia, amore, dolcezza e dramma.
Gli anni di Rosa di Alessandro Di Meo è un libro autoprodotto e costerà 15 euro comprese le spese di spedizione, sarà disponibile a partire da marzo, ma è già possibile prenotare le copie scrivendo all’autore attraverso il suo blog: http://unsorrisoperognilacrima.blogspot.it Una volta coperti i costi di produzione, la vendita andrà a finanziare un’iniziativa di ospitalità di ragazzini serbi dal Kosovo e Metohija in Italia, prevista per la prossima estate.

 

Un sorriso per ogni lacrima
Un sorriso per ogni lacrima, il titolo del blog di Alessandro Di Meo, un incentivo a regalare tanti sorrisi, al posto di tutto quel pianto, di tutto quel dolore.


Associazione Un Ponte Per...
Di Meo, da anni impegnato con l'associazione Un Ponte per... in attività di volontariato in solidarietà con le vittime della "guerra permanente", si è occupato in particolare dei profughi e degli sfollati della ex Jugoslavia. Ha pubblicato, oltre a Un sorriso per ogni lacrima, una raccolta di racconti-denuncia contro il razzismo dilagante nella società, dal titolo Quando scelsi il posto dove sarei nato. Inoltre, Punti di fuga, una raccolta di racconti, L'Urlo del Kosovo, con relativo documentario, sulle conseguenze dell'aggressione Nato alla Serbia, ad oltre 10 anni dai bombardamenti... e adesso, l'ultimo lavoro dal titolo: L'appuntamento, diario spietato e struggente di un'estate passata fra angoscia e speranza, fra la Serbia e la malattia della figlia.

 

Quando hai iniziato a occuparti della guerra in ex Jugoslavia e da cosa nasce il tuo interesse per il Kosovo?
Fu nel marzo del 1999, andavo alle manifestazioni contro l’aggressione della Nato alla Jugoslavia, sostenendo con forza le ragioni del mondo pacifista che chiedeva all’Italia di non concedere l’uso delle proprie basi alla Nato, di non intervenire con i propri aerei di morte, di spendersi per una soluzione diplomatica della crisi in Kosovo. Tutto andò, ovviamente, disatteso, la frustrazione era così profonda che cercai qualcosa di concreto da fare per continuare ad oppormi, ogni giorno, a quella propaganda di morte e di guerra che stava invadendo le coscienze del mio paese.


Goraždevac, pozzo a casa Jovović - © Alberto Urbinati
Fu allora che conobbi Un Ponte per, l’unica associazione che scelse, in quel momento, da che parte stare, senza se e senza ma: contro la Nato, dalla parte degli “invisibili”, così chiamammo i serbi profughi dal Kosovo, perché nessuno si occupò mai di loro. Da allora sono passati 15 anni e l’interesse è soltanto cresciuto perché, oltre al primo atto di solidarietà verso un popolo colpito dalle bombe e demonizzato, parlo del popolo serbo, sono venute le tante iniziative che mi hanno portato fin dentro le case di tante famiglie che hanno pagato e continuano a farlo, il prezzo di quelle bombe che non hanno esaurito il loro tragico compito con la fine dei bombardamenti, ma continuano a colpire, nel silenzio generale, la vita quotidiana delle persone. Il Kosovo e la Metohija (tengo molto a questa seconda parola che, da sola, definisce molto bene tutta la storia: oggi, questa parola è proibita nell’attuale “Kosovo libero e democratico” voluto dalla Nato, dagli Usa e, quindi, anche dall’Italia...), l’ho conosciuto prima attraverso i racconti dei tanti profughi e sfollati incontrati in questi anni, poi in una prima visita nel 2005 e infine, dal 2008, attraverso la conoscenza diretta della vita straordinaria dei monaci di tanti monasteri, di cui quella terra è disseminata.

Monastero a Metohija in Serbia
“Metohija”, che significa appunto “terra che appartiene ai monasteri” e viene dal primo medioevo, quando nacque e si sviluppò il primo Regno di Serbia, è ancora oggi considerata la terra Sacra per i serbi, specialmente per quelli dei villaggi che resistono nella propria terra fra mille violenze e vessazioni. La loro Cultura, in generale, mi ha così affascinato che sto cercando di approfondirla per un Dottorato di Ricerca sui monasteri del Kosovo e della Metohija, monasteri a forte rischio di estinzione, per la salvaguardia di un patrimonio immenso, artisticamente incommensurabile, che la barbarie dei tempi di oggi vorrebbe cancellare anche dalla memoria.

  

Nel libro i personaggi sono frutto di fantasia, ma hai tratto ispirazione da storie reali?
I personaggi del libro sono frutto di fantasia nel senso che nessuno di loro è davvero mai esistito, ma tutti sono formati da tante piccole parti messe insieme, in un mosaico che rende bene, a mio avviso, ovviamente, lo scempio che è stato perpetrato ai danni di tanta Cultura, di tante storie di vita reale che meritano di essere portate alle luce.


Velika Hoča, casa di Nataša Putnik - © Alberto Urbinati
La storia nasce anni fa, durante un incontro a casa di una donna serba che sa ricamare con una dolcezza e una intensità ipnotizzanti. Questa donna era partita dieci anni prima dall’Italia, dove pure lavorava, aveva una sua vita e una speranza, evidentemente, di futuro, per andare ad accudire i suoi genitori, anziani, cacciati dalla loro casa e dalla loro terra, in Kosovo, andati poi a morire, dopo pochi anni, in un centro accoglienza per profughi e rifugiati. Quelle sue parole “sono partita per stare dieci giorni, ma ormai sono passati dieci anni!” mi sono rimaste impresse come un marchio a fuoco sulla pelle. L’idea del libro è nata in quell’occasione e non mi ha più abbandonato. Un libro che ho iniziato a scrivere tante volte ma che solo oggi ha trovato la sua dimensione giusta per essere lasciato alla lettura di chi vorrà conoscere qualcosa in più degli accadimenti di quel tragico 1999, oltre la propaganda che ci ha offuscato la vista, la mente e il cuore e che continua a farlo, per altre tragedie in altre parti del mondo. Quello jugoslavo, di quel tempo e degli anni precedenti, fu un grande esperimento che ha dato i suoi frutti. Basti guardare a come vengono tranquillamente digerite oggi tutte le guerre e tutte le notizie che a quelle guerre rimandano. Si va in piazza, giustamente, per i diritti e per il salario ma, se il parlamento vota, in genere all’unanimità tranne qualche nobile distinguo, l’acquisto di costosissime armi da guerra come gli F35, nessuno fiata, nessuno si sente colpito, coinvolto. Citando De André, al contrario, siamo tutti coinvolti...

 

Quali sono le esperienze più significative che hai vissuto nei tuoi viaggi per scrivere i tuoi libri e realizzare i video e i documentari che hai curato?
La vita delle persone che ancora oggi pagano le conseguenze di tragiche scelte politiche, questo ho voluto raccontare in questi anni. Sono le vittime di una politica imposta dall’alto che non si cura delle persone semplici, quelle che hanno solo voglia di vivere in pace, lavorare, crescere figli in salute e che vivrebbero tranquillamente in pace fra loro, come il passato di quelle terre insegna. Basterebbe al mondo tutto questo, ma le logiche politiche sono altre e non tengono conto del costo che le persone pagheranno.

In Serbia, oggi, sono tantissimi coloro che si ammalano per tumori di varia natura. E che muoiono per questo. Sono le vittime invisibili di quelle guerre. Quante sono al mondo, chi potrà mai dirlo? Giustamente ci preoccupiamo se un nostro militare si ammala per gli effetti dell’uranio impoverito, ma ci siamo mai chiesti cosa significhi vivere in un posto inquinato da quegli stessi effetti? Bere acqua da falde contaminate, mangiare cibo prodotto da una terra avvelenata? Questo ho cercato di raccontare, ma senza un programma, senza un progetto specifico, semplicemente mi sono ritrovato in mezzo a persone che subivano tutto questo, persone che sono entrate a far parte della mia vita e che non potevo certo ignorare o far finta che non esistessero.

Serbia, sosta lungo l'autostrada - © Alberto Urbinati
La vita dei profughi dal Kosovo e dalla Metohija, che avevano perso tutto... la vita delle persone in Serbia che pure, pesantemente, hanno subito gli effetti di tutto quello che i bombardamenti hanno comportato... la vita dei serbi ritornati o che mai avevano abbandonato il Kosovo e la Metohija, sottoposti a un apartheid senza fine, ridotti a vivere come i pellerossa nativi d’America... la vita dei monaci, spesso unico punto di riferimento per i serbi che E-sistono e Re-sistono in quella che è la loro Terra Sacra, il Kosovo e la Metohija. Monaci che spesso devono mettere da parte la loro vocazione, per fare di necessità virtù e rendersi disponibili alla vita quotidiana di tante famiglie che hanno bambini piccoli da crescere in condizioni così difficili. Con Un Ponte per..., arriviamo anche a loro, per quello che possiamo, con i sostegni a distanza. Infine, una Cultura semplicemente meravigliosa e affascinante che viene dai primi secoli dopo Cristo e, forse, anche da molto prima, se andiamo a vedere gli straordinari ritrovamenti archeologici dell’epoca della Cultura di Vincia, e parliamo del VI millennio avanti Cristo. Tutto questo mi ha dato forza per provare a raccontare attraverso libri, video, interviste, ma anche attraverso tanta solidarietà concreta e amicizia, l’odissea infinita di un popolo che, semplicemente, meriterebbe più rispetto.

 

L'associazione Un ponte per si occupa anche di organizzare viaggi estivi in Italia per i ragazzi kosovari. Quali sono le finalità culturali e quali opportunità offre questo tipo di interscambio?
È  un’idea nata già nel 1999, in estate, con una vacanza organizzata per ragazzini profughi. Poi, nel tempo, l‘esperienza è stata riproposta grazie al lavoro di tanti amici e volontari, da Cava de’ Tirreni a Roma.

In particolare, “C’è un bambino che...” è una iniziativa nata nel 2002 grazie anche all’aiuto del rettore dell’università di Roma Tor Vergata, al tempo il prof. Alessandro Finazzi Agrò, che non ringrazierò mai abbastanza per l’appoggio dato alla nostra voglia di fare solidarietà. Abbiamo portato in Italia per le vacanze estive, sempre due o tre settimane al massimo, tra i 30 e i 40 minori all’anno. Li abbiamo portati a Roma, in visita ai suoi monumenti, fin dentro al Colosseo, al mare ad Anzio, a Torvaianica, in Sardegna, a Marina di Pisa, a Celle Ligure e poi a Venezia, nelle tende dei terremotati dell’Aquila, a Firenze, a Lucca, a Genova, a Pisa, e chissà in quanti posti ancora, posti che adesso non ricordo!
I nostri figli sono cresciuti in amicizia con questi loro coetanei serbi, alcuni dei quali, oggi cresciuti, sono in Italia per studiare all’università di Roma Tor Vergata. Vedere poi, a distanza di mesi dalle vacanze, come tanti ragazzini postino su Facebook o altrove le immagini della loro permanenza in Italia, rende bene l’idea di quanto siano essenziali anche solo semplici giorni di mare, divertimento e serenità, per ragazzini spesso coinvolti in situazioni più grandi di loro e anche di noi stessi, che non riusciamo a fare di più. Per mancanza di fondi, certo, ma pure di volontari. Ma senza tutto questo, sarebbe anche peggio.


Alessandro Di Meo, L'urlo del Kosovo
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Alessandro Di Meo, La danza degli angeli
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L'autore

Silvia Valenti

Silvia Valenti è nata a Bergamo nel 1984.
Laureata in Comunicazione Politica e Sociale presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Milano, è giornalista professionista dal 2012.
E’ corrispondente per Repubblica TV, coordinatrice di Benessere.com Tv e direttrice della rivista BMag Bergamo Magazine e del giornale online Fratelli d'Arte Magazine.
Nel 2013 ha collaborato all'organizzazione del “Concerto di Primavera”, evento musicale di beneficenza con 10 grandi interpreti della canzone italiana, che ha visto al Teatro Donizetti di Bergamo il gemellaggio tra la banda dell’Accademia della Guardia di Finanza e la Sanremo Festival Orchestra.
Dal 2010 al 2012 è stata giornalista, reporter e conduttrice presso l’emittente televisiva locale Videobergamo.
Dal 2011 al 2012 ha collaborato come freelance per il mensile economico finanziario Credit Magazine.
Nel 2010 ha lavorato come addetta stampa e organizzatrice di eventi per Legambiente Bergamo Onlus.
Dal 2007 al 2010 ha collaborato con la rivista di approfondimento culturale Dedalus.
E’ appassionata di fotografia, letteratura e nuove tecnologie.
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