Oggi è ...

Il dizionario delle cose perdute

Il cantautore Francesco Guccini si racconta al Maggio Fioranese

di Matteo Franzoni - 16 giugno 2014
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Scopriamo insieme chi è Guccini
Francesco Guccini, un’istituzione, un uomo, un cantautore che è riuscito a sopravvivere fino ad ora senza patente e cellulare e questo è rassicurante perché dimostra che si può sopravvivere ancora con i ritmi di una volta.
L’autore per tutta la vita è sempre stato alla ricerca delle parole, sia nelle canzoni che nei testi, e assieme alle parole ha cercato di mantenere vive le tradizioni iniziando appunto dal modo di parlare incentivando il dialetto Bolognese e Pavanese. Nel dizionario di Guccini sono spiegate e ricordate le voci più disparate, dalle pezze nel culo, ai bagni pubblici, al cibo, dato che l’autore è da sempre cultore del buon cibo e del bere bene.
Guccini, nato a Modena, non si è mai spostato più di tanto e forse anche per questo motivo è riuscito a cogliere aspetti della vita che lentamente andavano evolvendosi o scomparendo.
E’ un libro di memorie e la gran parte deriva dall’esperienza della memoria dello stesso Francesco Guccini.

I soprannomi
Al giorno d’oggi il soprannome, che era cucito addosso alla persona, che lo identificava e che era unico non si usa quasi più perché si usano i diminutivi, più di moda.
Il soprannome ha in sè qualche cosa di magico e può capitare che chi lo possiede non si identifichi affatto ma lo abbia semplicemente ereditato dal padre o dal nonno. Racconta Guccini di aver conosciuto un ragazzo il cui soprannome era Joe  Black ma nessuno sapeva perchè si chiamasse così. Dopo alcune ricerche scopri che il padre del ragazzo ricevette una camicia pubblicitaria da un mobilificio americano con sopra scritto Joe Black e portò questa camicia per mesi, da allora lui e tutti i suoi discendenti per la gente del paese erano Joe Black.

La zia
La Zia di Francesco Guccini, morta poco tempo fa dopo 95 anni di vita, diceva di non ricordare più le cose immediate ma di ricordare perfettamente gli accadimenti di tanto tempo fa, sapeva perfettamente a memoria tutto il canto della divina commedia del conte Ugolino imparato in sesta elementare (all’epoca si faceva fino alla sesta) questo diceva al nipote e orgogliosa lo recitava, subito dopo la recita confessava a Guccini di non ricordare affatto le cose vicine e gli diceva “pensa, io ho fatto fino alla sesta elementare e ho imparato a memoria la divina commedia” e orgogliosa la recitava, e così di seguito per svariate volte.

La gita scolastica da Modena a Fiorano
Il preside capi che non tutti gli alunni potevano permettersi il lusso di pagare  lunghe distanze e musei (dei quali tra l’altro ai ragazzi di allora come quelli di adesso non importava quasi mai nulla) e decise per la gita a Fiorano.
Guccini ricorda che presero il trenino chiamato del “Cuccio” denominato così perché la leggenda popolare voleva che nello scendere dall’appennino viaggiasse con due persone di sabbia una davanti e una nel retro per consumare meno energia.
Rimembra con un poco di nostalgia quando i professori li mollarono nelle campagne di Fiorano e aggiunge “eravamo branchi, l’intera scuola magistrale di Modena e ci divertimmo come dei maiali”. Gli sovviene e quasi sente ancora l’odore e il sapore di quei panini buonissimi che mangiarono come pranzo al sacco. Fiorano Modenese era ed è importante per il suo santuario dedicato alla Madonna miracolosa, ma afferma che nessuno si preoccupò di andare a visitarlo, era troppo bello stare a fare semplici giochi campestri.
Poi si blocca e in dialetto domanda “csa dighia ades?”(cosa gli dico adesso)
E il folto pubblico pervenuto scoppia in una fragorosa risata. L’atmosfera che si respira è bella, semplice e di reciproca condivisione tra l’autore e i presenti. Poi sollecitato da Armenia, il giornalista che presenta l’incontro, comincia a parlare del vespasiano.

Il Vespasiano
Il vespasiano pubblico era per lo più fatto di metallo ma poteva essere fatto anche di cemento e l’odore lo si poteva sentire già a una certa distanza. A Bologna ad esempio erano siti in luoghi caratteristici, lungo i viali o all’interno di case chiuse.
Rievoca a proposito di bagni che da giovane in un’estate torrida dopo aver bevuto in quantità esagerata bevande ghiacciate senti il bisogno di un bagno. Era tra Vignola e Modena ma la necessità si fece sempre più impellente e bussò a una casa di contadini chiedendo appunto di poter usufruire di un bagno. Questi gli indicarono una sobria baracchina in mezzo a un campo. Guccini conosceva quel tipo di costruzioni perché nel suo paesino in montagna vi erano baracche similari: un insieme di assi sconnesse delle quali due avevano un foro centrale e una quantità di mosche inenarrabile, però fu funzionale, per dirla in maniera boccaccesca Guccini riuscì a porre in pace il suo desio. Prosegue con il racconto: attaccati a un chiodo vi erano dei foglietti di carta dato che ancora non erano stati inventati i sei piani di morbidezza, spiega che si usava sobria carta da giornale e nella fattispecie il giornale era l’unità perché i contadini di una volta erano tutti comunisti e mentre era seduto nell’attesa lesse una poesia ode al trattore. Con un certo senso di tristezza dice che pagherebbe per poter rileggere “ode al trattore”, e in più afferma che le vie della poesia sono infinite e l’arte la si può incontrare anche in una baracca dedita a scopi non propriamente nobili. Continua dicendo che all’epoca i fiumi e il fogliame erano utili e funzionali per detergersi dato che ai più era ignoto l’oggetto chiamato bidet. Questo accadeva solo 30 o 40 anni fa anche se il racconto sembra essere molto più antico.

Il filo del telefono da campo degli americani
Il filo del telefono da campo degli americani abbandonato nel paese di Guccini servi a tanti scopi, ad esempio per legare le viti, per legare le capre come guinzaglio o ancora l’anima d’acciaio interna fu utilizzata da un suo amico che si era messo a suonare il violino e la utilizzò come corda più piccola, funzionava bene tanto è vero che il papà di un suo amico si chiese chi era che suonava la tromba e Guccini rispose che era Fernando che suonava il violino.
Fernando si era invaghito di una ragazza proveniente da Ravenna e andò a fare una serenata cantando la Luna nel Rio, canzonetta pop del 1955 definita da Guccini una puttanata incredibile. Fece colpo grazie al violino, la ragazza apri la finestra, ma il suo amico si emozionò e sbagliò note a più non posso, per questo cominciò a tirare delle madonne violentissime, preso dall’ira sbattè il violino contro il muro (da allora non lo ha più suonato…) la finestra si chiuse e finì in gloria il filo del telefono degli americani.

Le catene di S. Antonio
Che ci crediate o meno le catene non sono un’invenzione di Facebook ma esistevano già tempo addietro quando ancora si usava carta e penna.
Arrivava una lettera senza il mittente con uno strano messaggio che di solito iniziava così: questa lettera è stata scritta da un santo frate del Paraguay che ha fatto il giro del mondo con il suo messaggio di pace e fraternità, fanne subito    dodici copie e  spediscile ad altrettante persone di alta moralità e amanti della pace e della fraternità (in alcuni casi si chiedeva anche una modesta somma di denaro). Ovviamente aveva una decina di varianti la cosiddetta catena di S. Antonio.  Proseguiva poi in modo curioso elencando nome e cognome di chi le fortune le aveva ricevute continuando la catena ed erano elencate le sfortune di chi non ci aveva creduto interrompendola.
Oggi le medesime lettere arrivano sul cellulare creando i medesimi timori.

Le cartoline
Parlando di scrittura del passato Guccini prosegue soffermandosi sul fatto che oggi non si vendono più o quasi le cartoline, in quanto ormai tutti mandano foto e messaggi con il telefono cellulare.
Oggi forse si mandano cartoline solo quando si va all’estero, dopo aver bevuto la decima caipirinha con i compagni di viaggio.
In genere queste cartoline sono firmate da circa sessanta persone che il ricevente non conosce affatto. Una difficoltà della cartolina sta anche nella reperibilità del francobollo. L’italiano medio è convinto che basti sillabare fran-co-bollo yes understand fran-co-bollo e puntualmente si viene serviti con un pacchetto di lamette da barba. Queste cartoline vengono messe nella capace borsa della compagna di viaggio (tutti sanno quanto sono capaci le borse delle donne, piene di tutto). Le cartoline vengono lì dimenticate e ritrovate un mese dopo che si è tornati dal giro all’estero, magari assieme a un po’ di sabbia che mette un po’ di nostalgia…queste cartoline vengono spedite dall’ufficio postale sotto casa con il timbro di Bologna Borgo Panigale.
Chi riceve puntualmente pensa: questi hanno fatto i furbi dicono di essere stati all’estero ma non si sono mossi da Bologna.
Le cartoline in genere non si mandano perché ci si ricordi degli amici a casa ma per creare invidia. Due sono le categorie di cartoline. Una mandata agli amici con raffigurate palme,mare e sabbia che reca la scritta beati voi che siete al freddo qui c’è un caldo.
La seconda categoria è quella delle cartoline mandate agli amici del bar dove rappresentata oltre alle palme, mare e sabbia è immancabile una gnocca da paura dal nome esotico che reca la scritta cari sfigati che siete al freddo un caldo saluto e le firme.
Esistevano anche cartoline che potevano recare brevi messaggi ma se uno si dilungava nello scrivere la cartolina veniva imbraghettata in una sorta di custodia di carta fermata da due punti metallici per cui se si voleva leggere il contenuto si doveva pagare la multa altrimenti il postino si riprendeva la missiva. Spesso si pagava per leggere la spiritosissima frase dell’amico che era: Tanti saluti e baci paga la multa e taci.

Il telefonino
Ricorda che era a Bologna con un amico e non si ricordava come si diceva carro in pavanese, così telefonarono con il fisso dell’amico a papà Guccini.Chiese “babbo come si dice carro in dialetto pavanese?”Il papà: “ma da dove chiami?”Lui: “da Bologna”Il papà: “e tu hai fatto una interurbana per questa sciocchezza?”Mise giù il telefono senza fornire la risposta.
Poi fa un pensiero sul telefonino: oggi se un signore, anche anziano, si sloga una caviglia in un bosco basta una chiamata e subito viene soccorso mentre una volta i boschi pullulavano di anziani con le caviglie slogate circondati da lupi famelici.
Il telefonino servirebbe ma a volte viene usato in maniera impropria ad esempio se si è nel mezzo di una discussione su chi abbia vinto Milan-Inter nel 54 si telefona all’amico esperto Gianni incuranti dell’orario.
Il povero Gianni magari sta amoreggiando con la morosa o assistendo il vecchio nonno morente ma non importa. Afferma l’autore che i telefonini sono uno strumento diabolico dato che sei raggiungibile da tutti in ogni momento a meno che uno non lo spenga. Dice poi che lui per scelta non possiede il cellulare e aggiunge di non avere nemmeno la patente e di essere per questi motivi protetto dal WWF.

L’autoradio estraibile
Ricorda Guccini di aver soccorso un signore che era uscito fuori strada, questo era tutto ferito, sanguinolento e sotto shock ma teneva ben salda l’autoradio estraibile.
Aveva rischiato la vita però il suo primo pensiero era stato salvare l’autoradio.
Questi aggeggi ingombranti si portavano ovunque, sotto braccio al cinema, o dal tabaccaio per comprare le sigarette. Quando le coppie andavano al ristorante la prima cosa che faceva l’uomo era appoggiare l’enorme autoradio sul tavolino. Perché si diceva che i ladri o per lo più i tossici te la rubavano per rivenderla. Poi hanno inventato l’autoradio non estraibile e ora al massimo ti rubano il pc portatile o il navigatore satellitare.

I cari vecchi fiumi
Fino agli anni 50 i fiumi docili e belli potevano diventare cattivi e pericolosi  e straripare a causa di un acquazzone violento e improvviso o per piogge incessanti e abbondanti di giorni e giorni. Tutto questo causava allagamenti di campi e strade e provocava anche la morte di animali e uomini. Poi i fiumi hanno smesso di straripare, non è che gli acquazzoni improvvisi abbiano smesso di esistere solo che per i giornali e la televisione i fiumi tracimavano. Oggi però anche i fiumi si sono modernizzati e si rifiutano di fare queste cose antiche, oggi esondano che poi è la stessa cosa, provocando allagamenti e morti. Ma volete metter l’eleganza del nuovo vocabolo, il termine esondare?

L’esperienza di Guccini come giornalista alla Gazzetta di Modena
Racconta che faceva il giro della cronaca nera tra ospedali, questura, carabinieri… Ricorda i collaboratori e un certo Peppino in particolare. Questo girava tutte le parrocchie dei paesini minori per scoprire e pubblicare le sagre, con questa scusa mangiava assieme ai preti.
Un giorno per fare uno scherzo hanno pubblicato la notizia della morte di Peppino. Il giornalista si presentò in redazione indignato dicendo che era vivo e vegeto ma Guccini e gli altri facevano finta di non vederlo, ignorandolo e parlando di lui e di quando era in vita e allestirono lo studio fotografico con ceri e fiori. Alla fine presero Peppino a forza e lo portarono nella funerea stanza mettendosi tutti a ridere.
Un altro episodio di goliardia vissuta dall’autore all’epoca in cui faceva il giornalista è riferita ad un altro collaboratore che aveva un problema uditivo e portava l’apparecchio acustico, per risparmiare le batterie teneva sempre l’apparecchio spento. Guccini e gli altri colleghi sapendo il fatto dicevano: sei sempre qui a rompere i coglioni e lui rispondeva cari amici poi accendeva l’apparecchio e loro facevano finta di parlare muovendo solo le labbra senza far uscire suono alcuno. Il collega impazziva manomettendo il proprio apparecchio.
Confessa però che era una crudeltà dettata dalla giovane età.
L’ultimo aneddoto che racconta del periodo giornalistico è  quello del fattorino.
Faceva caldo, era estate e come molte volte gli accadeva era l’ultimo ad andare via dalla redazione quando sentì battere a macchina e vide il fattorino.
Guccini lo salutò e gli chiese cosa stesse facendo.
Il fattorino rispose che stava scrivendo un romanzo pornografico.
Guccini si soffermò ad ascoltare l’interessante trama poi disse “io vado, ricorda di spegnere la luca quando esci”. E mentre usciva si sentì chiamare dal fattorino che gli disse “oh se vuoi nel romanzo ti ci metto anche a te” e Guccini sorrise.

Modena bastardo posto
Dal pubblico un ammiratore modenese gli chiede una spiegazione su una frase di piccola città, Modena, che l’autore definisce bastardo posto.
Si giustifica raccontando che da piccolo aveva trovato la felicità al mulino dei nonni a Pavana. Era tanto innamorato di quel posto rurale che si aggrappò ad un albero dal quale fu strappato per andare a vivere a Modena.
Era la Modena dei primi anni del dopo guerra con una crisi e povertà tremende, forse allora più di oggi, con la differenza che allora c’era la speranza di una ricostruzione mentre oggi quella non esiste più, dice affranto Guccini. E in tutti quegli anni della sua infanzia non vedeva l’ora che la scuola finisse per poter tornare al mulino di Pavana sito accanto al fiume con l’orto e le galline e il maiale.
Quella la sentiva casa sua, non la città.
Il pomeriggio di chiacchiere e ricordi si chiude con l’incontro tra Guccini e l’amico Guido De Maria, cartonista, regista, umorista nonché amico di vecchia data assieme al quale ha realizzato SuperGulp e tanti caroselli.


L'autore

Matteo Franzoni

Matteo nasce nel settembre del 1970. Sin dai primi anni di vita dimostra un forte interesse per l’arte e la comunicazione. 
Grazie a questa passione si iscrive alla scuola di grafica e arti visive di Bologna, dove sviluppa e affina le sue qualità artistiche. Diplomato nel 1992 si getta anima e corpo nel mondo della grafica, lavorando per varie aziende della provincia bolognese.
Nel 2000 si trasferisce a Fiorano e nel modenese conosce la differenza tra la grafica pubblicitaria e la grafica ceramica, data la specializzazione nel settore ceramico dell’intero distretto.
Negli anni a venire approfondisce la sua passione per la fotografia, facendola diventare parte integrante del suo mestiere. Spazia dai reportage di matrimonio alle foto di eventi e concerti.
Nell'ultimo anno amplia le sue competenze e grazie all'esperienza accumulata negli anni a livello comunicativo decide di intraprendere, unitamente a grafica e fotografia, anche la la professione di giornalista. Scrive e collabora con varie riviste on line come Omnibus e Giornalisti On Line.
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