Oggi è ...

Matteo Zanini, lui che vuole #viveredellapropriapenna‬

"Non si è mai davvero troppo cresciuti per socchiudere gli occhi e aspettare l'arrivo di una fata dalle ali cangianti"

di Nadia Macrì - 4 maggio 2016
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Matteo Zanini è un giovane scrittore di Bergamo, appassionato di letteratura inglese, musica celtica e cucina e con il sogno di vivere della propria penna, tanto da lanciare un hashtag #viveredellapropriapenna.

Ha pubblicato "La notte delle fate" (Miele, 2011) - una raccolta di racconti fantasy - e due romanzi "Irraggiungibile" (Silele, 2013) e "Aggrappati a un sogno" (Silele, 2014). Alcuni suoi racconti compaiono in antologie edite da Sensoinverso Edizioni: "Cappuccetto Rosso" (2013), "Quattro giorni per farti innamorare" (2014), "L'anima del lago" (2016). Il più recente, "La bambina che leggeva i sogni", verrà pubblicato entro la fine del 2016.

Lo raggiungiamo per farci raccontare il suo percorso di carta e inchiostro, tra sperimentazione e interiorità, dopo aver letto "La notte delle fate", un libro per tutta la famiglia perchè "non si è mai davvero troppo cresciuti per socchiudere gli occhi e aspettare l'arrivo di una fata dalle ali cangianti".


Sei un giovanissimo scrittore che esordisce con un libro di narrativa indirizzato sia ai piccoli che ai grandi: una scelta mirata o si scrive per i ragazzi perché possano comprendere anche gli adulti?
Il mondo della letteratura è pur sempre un universo magico. In qualche modo - quando leggiamo - siamo sempre protagonisti di una lunga favola. "La notte delle fate" è stato il mio primo progetto letterario (e ha visto quest'anno la sua rinascita grazie alla seconda edizione e all'ebook): avevo ventun anni quando misi l'ultimo punto alla raccolta di racconti, ma credo che, ancora oggi (ne ho ventisei), sia espressione di un connubio di sentimenti che hanno accompagnato il Matteo Zanini bambino fino a ciò che oggi è diventato. E questa unione di speranze, colori e magia è proprio la stessa che vorrei accompagnasse i lettori tra le mie righe - bambini o adulti che siano (perché non si è mai davvero troppo cresciuti per socchiudere gli occhi e aspettare l'arrivo di una fata dalle ali cangianti).

"La notte delle fate" racconta storie di vita fra un turbinio di voci, colori e magia. In questa voglia di affidare alle fate i tuoi pensieri prevale di più l’esigenza della denuncia o piuttosto la speranza in un cambiamento, perfino con la bacchetta magica?
La speranza - che talvolta sfocia nell'illusione - è stata una solida ancora a cui mi sono spesso aggrappato. Sperare è un po' come mettersi in gioco: è un investimento di sogni. Stiamo attraversando momenti di transizione veramente forti, ma ci sono ancora molte cose che ristagnano, a cui sono state tarpate le ali. E questa è la stessa sensazione che si prova, soprattutto in determinati periodi cruciali dell'esistenza, quando si tende lo sguardo al futuro. Quindi - perché no? - se le mie storie possono essere le parole di incantesimi scagliati da una bacchetta magica, mi auguro che la magia funzioni e le speranze si tramutino in realtà luminose.

Ma l’amore, oggi nel 2016, avrebbe bisogno ancora di incantesimi?
L'amore è di per sé un incantesimo, forse l'incantesimo più grande e potente di tutti. Oggi temo che questo sentimento spesso si perda, confondendosi in una nebbia fitta. L'amore va coltivato, sofferto, accudito e vissuto; bisogna essere disposti a crederci. Proprio come si sceglie di credere alla magia.

Nelle tue presentazioni del libro, ci sarà ovviamente un’incantevole atmosfera, in cui prevale quel meraviglioso stupore dei ragazzi: ma fra le varie domande che ti hanno posto, c’è qualcuna che ti ritorna in mente spesso?
Quello che cerco di trasmettere a chi assiste alle presentazioni dei miei libri è l'essenza di quello che intendevo comunicare nel momento in cui le parole si imprimevano sulla pagina per la prima volta (generalmente uso sempre carta e penna per scrivere, prima di riportare il tutto su pc). Se con "Irraggiungibile" e "Aggrappati a un sogno" (romanzi ambientati nell'Inghilterra ottocentesca) elementi fondamentali sono l'attenzione all'intimismo, all'anima e al cuore delle mie eroine, con "La notte delle fate" sono il messaggio, il profumo e il suono a veicolare l'emozione.
Tra le varie domande, quella che più spesso mi viene posta riguarda l'ispirazione delle mie storie; da dove provengono? Devono la loro origine ad avvenimenti realmente vissuti o sono frutto della fantasia?
Credo che la risposta stia esattamente nel mezzo. Sarebbe per me impossibile scindere la mia vita dal labirintico intreccio della letteratura.

Sempre di più diventa importante anche l'aspetto visivo dei libri. Sappiamo che la copertina del tuo libro è stata realizzata da tua nonna. Ci racconti di più?
Mia nonna è l'artista di famiglia. Ha studiato a Brera e ha sempre dipinto. Dopo gli studi ha svolto una professione che ho sempre trovato affascinante... io la definisco una "Photoshop umana". Mi spiego: in sostanza, mia nonna, era colei che ritoccava (rigorosamente a mano!) le fotografie che poi venivano stampate per le riviste. Ebbene, quello che oggi siamo in grado di fare con un programma informatico, lei lo realizzava con il solo utilizzo delle pennellate. Dalle tele dipinte con materici colori a olio è arrivata alla creazione di lampade in stile Tiffany e icone russe... passando per la bozza di copertina del mio primo libro.
In questa seconda edizione, ho scelto di utilizzare nuovamente il disegno regalatomi da mia nonna: trovo che il contrasto del bianco e del nero, differente rispetto all'edizione precedente, doni eleganza al mio "bambino", soprattutto nella versione cartacea.
Per le copertine di "Irraggiungibile" e "Aggrappati a un sogno", invece, ho scelto di propormi con un'altra delle mie piccole passioni: la fotografia.

Ma uno scrittore si prefissa comunque delle scadenze da rispettare e si siede cercando l'ispirazione o scrive solo quando ha qualcosa da raccontare?
Sentire di avere qualcosa da raccontare rende le cose molto più fluide, ma questa non è la sola strada che mi ha portato a cominciare una nuova storia. Talvolta bastano un'immagine o un suono a far scattare la scintilla; in altre occasioni il tutto va studiato con maggior concretezza. Paradossalmente, è come incontrare uno sconosciuto: la storia può imbattersi in me e travolgermi. Oppure può decidere di sfiorarmi soltanto... e poi scappare via. E, in questo caso, devo riuscire a rincorrerla e stringerla a me in un abbraccio d'inchiostro.

Nel mondo musicale, anche grandi cantautori ci propongono spesso interpretazioni di cover, quasi ci fosse una crisi di creatività tra gli autori, nell’editoria si sente questa crisi o sono ancora tante le parole mai scritte?
Credo che nel mondo del libro, ad oggi, ci siano tantissime cover! Questo, tuttavia, non significa che gli scrittori non abbiano nell'animo delle parole nuove che possano germogliare. Forse molti preferiscono affrontare solo qualcosa di "già sentito" (in questo caso "già letto") per una questione di sicurezza, senza sperimentarsi. Mi auguro, però, che la voglia di creare nuovi intrecci e mettere su carta idee e sensazioni inedite non svanisca. Sarebbe una terribile mancanza umana.

Immagina un jukebox che racconta libri: hai una moneta nella tua mano... quale libro che ha accompagnato la tua vita, fai partire?
Ho un affetto particolare per tutta la produzione di Jane Austen. Questa scrittrice mi accompagna dal periodo dell'adolescenza e ha fortemente influenzato i miei modi di scrivere e pensare, nonché le mie scelte letterarie. Rileggo ogni anno un suo romanzo: sento la necessità di immergermi tra le sue parole. Zia Jane è senza dubbio la mia scrittrice del cuore.

Generalmente intervisto cantanti e la mia domanda finale è sempre la stessa: qual è la nota musicale preferita e perché. Oltre al suono, come risponde a questa domanda semi-seria uno scrittore di un libro pieno di strumenti musicali?
Una persona a me molto cara - che conosce la musica molto meglio del sottoscritto - mi ha detto che il suono che mi rappresenta è una tonalità: il LA minore. Molte delle canzoni o colonne sonore che riescono a trasportarmi, infatti, suonano in questa tonalità (The heart asks pleasure first, ad esempio - la colonna sonora del film "Lezioni di piano"). Non so spiegarmene il motivo: è una sensazione che parte dal petto, è musica.
Nelle mie storie la musica ricopre un ruolo abbastanza importante: sia nelle favole che compongono "La notte delle fate" sia negli altri miei romanzi o racconti, la melodia e il suo potere possiedono una centralità. Mi capita di scrivere ascoltando musica e, quando le note riescono a trasmettermi un'emozione, cerco di inserirla in quello che sto scrivendo, come se esistesse una colonna sonora perfetta per quella specifica lettura.


Photo Giorgio Sorti


L'autore

Nadia Macrì

Nadia Macrì, è nata nel 1977 a Zurigo, ma ha vissuto anche in altre città italiane, isole comprese.
Non è chiaro se per vocazione o per bisogno, alterna pittura, radio, canto, web e scrittura all'arte della medicina. Segue con particolare interesse gli artisti emergenti e ama tutto ciò che è alternativo.
Ha all'attivo diverse collaborazioni con emittenti radiofoniche, case discografiche e portali musicali. Collabora con diverse associazioni locali e nazionali per la realizzazione di eventi musicali, ma ama soprattutto comunicare con gli artisti attraverso le sue interviste che conclude sempre con la stessa domanda semi-seria: qual è la nota musicale preferita. Quasi a voler costruire una melodia aggiungendo una nota per volta.
Di se stessa dice: "Ci sono quelli che sanno tenere i piedi per terra. E chi ha sempre la testa fra le nuvole. Nadia è a metà. Tra terra e cielo”.
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