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L’agonismo al Festivalfilosofia 2016

Julio Velasco protagonista a Modena

di Matteo Franzoni - 20 settembre 2016
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Un’edizione da record quella del Festivalfilosofia 2016 nella tre giorni di dibattiti e lezioni magistrali che ha visto protagoniste Modena, Carpi e Sassuolo da venerdì 16 a domenica 18 settembre. Numerosi turisti e tanti cittadini della provincia si sono aggirati curiosi tra le piazze e i cortili delle città per godersi lo spettacolo della rassegna filosofica che ogni anno assume sempre maggior prestigio.

Tema dell’edizione 2016 è stato l’agonismo e uno dei più importanti e apprezzati oratori che la città di Modena potesse ospitare è Julio Velasco, indimenticato allenatore della Panini che ha portato la squadra di pallavolo locale a vincere dal 1985 al 1989 quattro campionati consecutivi. Ad attendere Velasco una Piazza Grande gremita in ogni ordine di posti ben prima dell’inizio della lectio “Rotary” di sabato sera. La serata è fresca e ventosa ma questo non scoraggia i tanti presenti che osannano il loro beniamino appena sale sul palco. La sua orazione sul tema dell’agonismo è da subito entusiasmante per il pubblico, che più e più volte scatta in un caloroso applauso spontaneo. Per Velasco la competizione è condivisione, collaborazione e amicizia oltre ai valori umani che permettono di rimanere individui all’interno di un gruppo non creando individualismi. L’allenatore svela di essere stato nervoso dopo aver ricevuto l’invito a parlare sul palco del Festivalfilosofia per due motivi: il primo perché da giovane un colpo di stato in Argentina gli impedì di laurearsi a soli 6 esami dal termine degli studi e questo per lui è uno dei pochi rammarichi della sua vita, quello che lui considera un passaggio incompiuto. Altro motivo che lo preoccupava era tornare a Modena, la sua città italiana per eccellenza, nella veste di oratore. Per Velasco la filosofia gli ha donato un metodo di pensiero e gli ha lasciato l’idea che non esiste una sola idea su nulla. Consultando il vocabolario, agonismo è sinonimo di lotta e questo a suo dire è un paradosso perché la lotta in sé sembra qualcosa di male perché siamo abituati a immaginare un mondo perfetto, senza lotte ma la realtà non è così e lo sport è uno strumento eccezionale per sviluppare la capacità di lottare da sempre. Bisogna educare i giovani a lottare non nascondendo loro il valore della lotta perché questa deve essere fatta seguendo dei giusti motivi. Tutti, adulti, insegnanti, allenatori abbiamo lottato, ma per principio desideriamo che i nostri figli non lo facciano e per Velasco è sbagliato perché bisogna dare un messaggio chiaro ai ragazzi, che bisogna saper soffrire e lottare così come accade nello sport. I bimbi quando giocano sono sempre molto seri perché il gioco richiede il successo, senza vittoria il gioco non ha più senso. Gli sport individuali servono per misurarsi con sé stessi e a sviluppare la capacità di superarsi. Negli sport di gruppo ci sono molte persone che si comportano come negli sport individuali, ma per l’argentino questo non è corretto perché bisogna saper fare squadra, tirare tutti nella stessa direzione anche se è certamente presente l’agonismo. Quando si parla di squadra si parla di un gruppo di individui, ognuno con il proprio carattere e motivazioni, come fare per unirli? Il gruppo ha una sua identità e riesce insieme a farsi forza, per costruire una squadra è necessario capire il funzionamento del gruppo. Ci sono giocatori che cambiando equipe si trasformano e migliorano, questo accade quando il gruppo è coeso e pervaso da un forte senso di giustizia. Le ingiustizie dividono per gelosia e rabbia. Un allenatore non deve commettere ingiustizie e non deve neppure farle percepire. Chi gestisce il gruppo deve stare molto attento a come i suoi ragazzi sentono, vivono e gestiscono le decisioni. Il senso di giustizia deve essere chiaro a tutti, ci si può sbagliare ma l’errore deve essere percepito in buona fede. Inoltre per fare gruppo serve avere un obiettivo, nello sport questo coincide con il tentativo di vincere, al di fuori dello sport fare squadra spesso sembra essere un valore etico e non viene tollerato l’individualismo.  Nello sport si devono esaltare i pregi e nascondere i difetti facendo più volte le cose che si sanno fare meglio e meno quelle che si fanno peggio, questo avviene attraverso i ruoli, che devono essere accettati e soprattutto devono essere chiari. Se gli educatori e genitori trattano i figli come deboli, i figli cresceranno deboli. Non va loro mentito, gli va dato un obiettivo facendogli capire che perdere è parte del passaggio di apprendimento, non devono per forza essere i più bravi e i più belli. Nei ruoli ci può essere competizione ma rispettando i compiti impartiti dall’allenatore ci si rende complementari. Essere diversi fa sì che si sia forti, non è necessario essere tutti uguali. Nello sport ci si aiuta non per un valore etico ma perché si è uniti nell’intento di vincere e la cooperazione è fondamentale. Un allenatore viene chiamato in una squadra per vincere e per farlo deve essere capace di motivare. La base di partenza è apprezzare i propri giocatori perché un leader deve essere ottimista e positivo. Se un allenatore non apprezza i suoi giocatori non sarà mai in grado di far superare loro i propri limiti perché essi non sentiranno la fiducia e faticheranno a rendere al meglio. Bisogna credere in loro, stimolarli, insegnargli a superare limiti e difficoltà perché sono loro ad allenarli a diventare migliori. Non si devono cercare albi, bisogna sapersi migliorare. Negli sport di gruppo c’è una squadra che gestisce i giocatori, questo perché c’è una maggiore disponibilità economica e perché tutti non sanno fare tutto, quindi sono nate le varie specializzazioni. Questa squadra va gestita come gli sportivi stessi perché deve dar conto del proprio operato, fondamentale è saper delegare perché tutti devono poter lavorare bene. Un capo deve fidarsi dei propri collaboratori per metterli in condizione di lavorare al meglio.

E qui scatta l’ultimo, sincero ed estasiato applauso a Julio Velasco, che conoscevamo come grande uomo di sport che in questa serata di filosofia ha dimostrato di essere anche un grande oratore e motivatore.


L'autore

Matteo Franzoni

Matteo nasce nel settembre del 1970. Sin dai primi anni di vita dimostra un forte interesse per l’arte e la comunicazione. 
Grazie a questa passione si iscrive alla scuola di grafica e arti visive di Bologna, dove sviluppa e affina le sue qualità artistiche. Diplomato nel 1992 si getta anima e corpo nel mondo della grafica, lavorando per varie aziende della provincia bolognese.
Nel 2000 si trasferisce a Fiorano e nel modenese conosce la differenza tra la grafica pubblicitaria e la grafica ceramica, data la specializzazione nel settore ceramico dell’intero distretto.
Negli anni a venire approfondisce la sua passione per la fotografia, facendola diventare parte integrante del suo mestiere. Spazia dai reportage di matrimonio alle foto di eventi e concerti.
Nell'ultimo anno amplia le sue competenze e grazie all'esperienza accumulata negli anni a livello comunicativo decide di intraprendere, unitamente a grafica e fotografia, anche la la professione di giornalista. Scrive e collabora con varie riviste on line come Omnibus e Giornalisti On Line.
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