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Nicola Piovani al Festival Filosofia 2017

La vita in musica del premio Oscar

di Matteo Franzoni - 19 settembre 2017
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Festival della Filosofia giunto alla diciassettesima edizione vede protagoniste Modena, Carpi e Sassuolo, pronte ad accogliere i tanti turisti che invogliati da un programma sempre più ricco e accattivante arrivano numerosi in città. Questo settembre il tempo non ha aiutato particolarmente, la pioggia è giunta spesso a interrompere le lezioni, i dibattiti e le tante iniziative organizzate nelle tre città, ma l’organizzazione ha saputo ovviare a questi imprevisti allestendo tensostrutture capaci di accogliere i visitatori permettendo al programma di non subire ritardi o interruzioni.

Così è stato anche per Nicola Piovani, il tanto atteso premio Oscar è salito sul palco di una Piazza Grande gremita in ogni ordine di posti per gustarsi le chiacchiere del musicista alternate alla sua arte musicale, con ripetute esibizioni al pianoforte, come intercalare alla piacevole conversazione che parte dalla sua infanzia, che ha visto da subito protagonista la musica con la mamma che ascoltava alla radio le canzoni di Sanremo e il padre come musicista dilettante.

La svolta fu un regalo della zia che lasciò a casa dei dischi di Beethoven, dei quali Piovani rimase affascinato, pur non conoscendo il musicista e pensando, racconta divertito, che sul disco vi fosse un errore di battitura sul termine “sonate”, che lui immaginava essere suonate. A tre anni ha iniziato a suonare la fisarmonica che papà gli aveva regalato e afferma che se fosse nato in una famiglia di appassionati di musica forse sarebbe stato più competente, ma avrebbe certamente avuto un rapporto meno intenso con la musica, per la quale a tredici anni ha cominciato a risparmiare per poter acquistare le partiture di Mahler. Alla domanda su cosa pensi della musica popolare Piovani risponde che questo termine è tra i più crocefissi perché si usa sia per complimento che per insulto. Quando era bimbo c’erano molte diversificazioni della musica, da quella leggera a quella sinfonica a quella da camera. Chi ascoltava la leggera non ascoltava le altre e viceversa, creando una diversificazione di ceto sociale.

Silvano Agosti è stato il primo a dargli un’opportunità lavorativa nel cinema. Per Piovani la creatività non deve avere limiti, si scrive perché si ha qualcosa da dire, con le parole alle volte questo qualcosa perde di importanza mentre in musica questo valore non viene mai perduto. Chi scriveva musica colta doveva usare certi temi e parole, mentre chi scriveva popolare poteva farlo in maniera più semplice, Piovani si distingue da queste due macrocategorie perché la sua scrittura non appartiene a nessuna delle due. Segue poi un intervento al pianoforte con la colonna sonora del film “La notte di San Lorenzo” dei fratelli Taviani, una storia sulla resistenza raccontata a un bimbo per farlo addormentare. Le colonne sonore scritte per i film sono ormai più di centocinquanta e Piovani racconta di partire sempre dal racconto che fa il regista del film perché lì c’è il suo batticuore, la sua anima, quello che lui dovrebbe saper far risuonare in musica e ricorda con affetto le due ore trascorse con Benigni a proposito del film “La vita è bella” con il quale ha vinto l’Oscar. Con il regista si deve accendere la scintilla necessaria a creare musica, poi seguono la sceneggiatura e infine l’attimo magico in cui il musicista e regista vedono insieme il girato e decidono dove mettere la musica e dove non metterla. Il valore della musica nei film era davvero alto negli anni cinquanta, sessanta e settanta perché c’era un autore che scriveva una partitura musicale parallela al film e cita ad esempio “Ladri di biciclette” dove era presente una costruzione minuziosa che raccontava il film in musica. Il 90% dei film una volta era così, oggi la musica è più sparsa e ci sono principalmente inserimenti di canzoni, il cinema sembra più una compilation di Spotify e c’è meno bisogno di compositori di musica per il cinema.

Piovani racconta di essere partito con il cinema ma che da anni se ne occupa sempre meno per dedicarsi ai suoi grandi amori, il teatro musicale e i concerti. È stato Carlo Cecchi a introdurlo al teatro, considerato attualmente l’unica forma d’arte di interesse per il compositore. Aveva poco più di vent’anni e questa conoscenza lo ha fatto uscire dal conformismo in cui viveva, tipico italiano, per il quale il teatro merita poca considerazione ed è considerato di serie b. Piovani ha imparato ad amarlo nei suoi numerosi viaggi all’estero, il teatro per lui è cultura mentre il teatro musicale è un genere poco praticato in Italia perché visto come poco colto. Andando controcorrente Piovani ha fondato insieme a Vincenzo Cerami e Lello Arena una società per recitare e suonare dal vivo. I primi anni di attività sono stati una rimessa continua ma ora sono riusciti a crearsi un loro spazio. La narrazione verte commossa sul sodalizio con Cerami, difficile da raccontare perché definito un artista, un musicista ma soprattutto un amico. Il loro è stato un continuo lavoro di creazione di una poetica, sia che fosse per il cinema che per il teatro e conclude dicendo che alcune persone, quando se ne vanno, lasciano un vuoto, mentre altre, come Cerami, lasciano un grande pieno per quanto hanno saputo realizzare.

Piovani parla poi del suo maestro di composizione, il greco Manos Hadjidakis che gli ha fatto toccare con mano il rapporto con la poesia musicale che hanno i greci, imbevendolo di questa grande cultura e tradizione, da qui il rapporto molto forte sia con la terra greca che con la sua popolazione. Durante un soggiorno ad Atene una donna gli regalò un complimento che Piovani serba nel cuore con grande affetto “I greci la amano per la sua musica, non per il suo successo”. In conclusione il compositore lancia una critica al mondo della scuola, dicendo che in Italia manca l’educazione all’ascolto perché da bambini si ha un rapporto immediato e carnale con la musica che andrebbe coltivato educando al bello così che da adulti si possa scegliere cosa ascoltare e conclude rimettendosi al pianoforte con la sua Melodia sospesa, così chiamata perché non è mai riuscito a trovarvi il finale, rendendolo con una nota lunga, in modo che chiunque la ascolti possa chiuderla come meglio crede.


L'autore

Matteo Franzoni

Matteo nasce nel settembre del 1970. Sin dai primi anni di vita dimostra un forte interesse per l’arte e la comunicazione. 
Grazie a questa passione si iscrive alla scuola di grafica e arti visive di Bologna, dove sviluppa e affina le sue qualità artistiche. Diplomato nel 1992 si getta anima e corpo nel mondo della grafica, lavorando per varie aziende della provincia bolognese.
Nel 2000 si trasferisce a Fiorano e nel modenese conosce la differenza tra la grafica pubblicitaria e la grafica ceramica, data la specializzazione nel settore ceramico dell’intero distretto.
Negli anni a venire approfondisce la sua passione per la fotografia, facendola diventare parte integrante del suo mestiere. Spazia dai reportage di matrimonio alle foto di eventi e concerti.
Nell'ultimo anno amplia le sue competenze e grazie all'esperienza accumulata negli anni a livello comunicativo decide di intraprendere, unitamente a grafica e fotografia, anche la la professione di giornalista. Scrive e collabora con varie riviste on line come Omnibus e Giornalisti On Line.
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