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Gianni Testa, un'anima pura che fa bene all'arte

"Vedo il mondo dei talent come un momento di passaggio e, la discografia stessa sta vivendo un momento di trasformazione"

di Nadia Macrì - 10 agosto 2017
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Nel suo curriculum c'è il teatro, la musica, la televisione, il cinema e anche le pubblicità. Un artista dalle mille sfaccettature, ma un'anima soltanto ed è un'anima pura. Una di quelle che fa non solo del bene, ma fa bene all'arte. Gianni Testa, cantante, attore e produttore discografico, attualmente impegnato con le riprese del talent show “The Coach” nelle vesti di giudice di supporto e fra i protagonisti della nuova uscita discografica di Massimo Ranieri (a sedici anni dal primo tour nei teatri, il musical “Il grande campione”). Fra le voci protagoniste dell’album c’è appunto quella dell’artista calabrese nei panni dell’allenatore Steve, che interpreta il brano Il grande campione, che dà il nome al musical e all’album. Gianni Testa già nel cast originale dello spettacolo, si dice soddisfatto e appagato per questa nuova realizzazione, coronamento di un positivo e formativo sodalizio con Massimo Ranieri e il resto del cast e dell’organizzazione. Lo abbiamo raggiunto in questa estate bollente per farci raccontare le sue sfide fra la malinconia eterna degli artisti e il fascino delle nuove avventure.


Sei un artista dalle mille sfaccettature, ma facciamo un passo indietro, come nasce il tuo amore per lo spettacolo e la musica?
L'amore per la musica è nata davanti casa mia, avevo 9 anni, mio cugino Dante Zardi suonava la chitarra ed io cantavo. Dopo qualche mese mi sono ritrovato nel mondo spettacolo a cantare in tv Sono un Italiano di Toto Cutugno.
Ero a Cosenza, era il 1983 e stavo iniziando a muovere i primi passi da artista.

E le tue diverse anime artistiche convivono in armonia?
Le mie anime convivono in quella che mi piace definire una "lotta armonica". L'ingrediente giusto è quello di portare tutte le esperienze in ogni cosa che faccio, in modo da avere molteplici punti di vista che raggiungono l'armonia in un unico giudizio.

Ma il mondo della musica, fatto di palchi, di festival e anche di programmi televisivi per chi lo vive da dentro, con le mani in pasta, ha quello stesso fascino che ha per chi la musica l’ascolta e basta?
Probabilmente "da dentro" si vive in modo più sereno e favorevole, in quanto non si ha l'ansia del giudizio. Quando scrivi un brano, sali sul palcoscenico, sei a capo di una direzione artistica... devi far combaciare più cose: bellezza artistica, funzionalità produttiva e trasmissione del messaggio. Ecco tutto questo per me ha ancora più fascino, perchè adoro le sfide e trovo in questo ruolo uno stimolo continuo.

In questa settimana ti abbiamo ritrovato anche nell’ultimo album di Massimo Ranieri, Il grande campione. Ci racconti come è nata questa collaborazione?
La collaborazione con Massimo nasce esattamente vent'anni fa, nel 1997. Lo incontrai all'Accademia di Sanremo dove lui era in giuria e parlava dei provini di un musical che avrebbe debuttato da lì a breve. Io ero nell'Accademia e, incuriosito, chiesi come poter prendere parte a questi provini. Ebbi un primo esito positivo e in seguito a diversi step di selezione, dove mi trovai a farmi notare tra tantissimi aspiranti partecipanti, a Dicembre mi proposero il contratto sotto la regia di Giuseppe Patroni Griffi. In seguito a numerose repliche di questo musical, si aprì la strada per il secondo: "Il Grande Campione" scritto da Maurizio Fabrizio, dove Massimo Ranieri interpretava il protagonista nel ruolo del famoso pugile Marcel Cerdan ed io interpretavo uno dei suoi due allenatori. Continuammo con diverse collaborazioni, fino alla registrazione del disco due anni fa. Oggi festeggio con la sua pubblicazione, il coronamento della nostra ventennale collaborazione.

La musica infatti non è mai roba per solisti e basta, ma tu a chi devi il grazie più grande?
Mi hai aperto la strada già nella domanda precedente: sicuramente a Massimo Ranieri con il quale in questi lunghi anni, ci siamo sempre riconosciuti attraverso un rispetto artistico e professionale puro. Devo a lui molto della mia formazione come performer in alcuni aspetti che altrimenti avrei ignorato: il valore del sacrificio al di là del tempo di prova, la cura maniacale del dettaglio e la padronanza scenica in ogni occasione, comprese quelle in cui non sei al 100% della tua prestazione.

Ed invece qual è la collaborazione impossibile che hai nel cassetto?
Non ci penso su molto, e ti rispondo che la collaborazione dei miei sogni sarebbe con Quincy Jones. Produrre un disco con lui sarebbe un'esperienza esaltante nonché formativa per il mio lavoro. Essendo un mio punto di riferimento per la sua genialità, non lo vedo come un sogno impossibile, ma come un obiettivo raggiungibile.

Tra i tuoi impegni di quest’anno c’è la tua partecipazione al talent The Coach, ci spieghi il tuo ruolo nella trasmissione?
In "The Coach" sono stato scelto come "giudice" in qualità di Talent Scout. Poichè molte volte gli artisti vengono giudicati solo per la loro bravura, ma dietro di essa devono essere racchiuse tante qualità differenti oltre alla tecnica: carisma in primis, curiosità e gestibilità. Con i miei colleghi di giuria tecnica (l'imprenditore Mauro Atturo e il Mental Coach Daniele Penna), dovremmo verificare tutte queste caratteristiche e altre ... che vi lascerò scoprire durante le puntate.

Ma il mondo degli artisti emergenti in Italia in che stato si trova? Come siamo messi?
Siamo messi, ahimé, molto male. Credo che dovremmo imparare ad osservare di più di il lato artistico di un Talento, senza rincorrere quelli che chiamo "tele-artisti". Parlo di gente che fa musica per essere famosa e non per un'esigenza espressiva che ti porta a mettere davvero la tua Vita nella musica senza inibizioni e compromessi.

Pensi che il mondo discografico sia legato nel futuro sempre più ai talent?
Nulla inizia, nulla finisce, tutto si rigenera. Vedo il mondo dei talent come un momento di passaggio e, la discografia stessa sta vivendo un momento di trasformazione. La nuova evoluzione sarà proprio quella che stiamo cercando di comunicare e spiegare ai partecipanti di "The Coach". Ognuno di noi deve saper fare musica ma diventando imprenditore di se stesso, con i nuovi mezzi che la tecnologia ci dà, oggi questo è possibile. L'esempio di Fedez che si è auto prodotto e lanciato nel mondo della musica è uno dei più pertinenti, senza piegarsi alle case discografiche né ai talent, è diventato "Fedez".

In chiusura una domanda semi-seria: qual è la tua nota musicale preferita e perché?
Non si può iniziare una "scala" senza passare dal suo primo "gradino". Il DO.
La scala minore naturale armonica melodica, parte da questa nota. Quindi una scala minore che rispecchia la malinconia eterna di noi artisti, ma che ci fa ascendere verso il nostro mondo dove troviamo il nostro vero "Io".


L'autore

Nadia Macrì

Nadia Macrì, è nata nel 1977 a Zurigo, ma ha vissuto anche in altre città italiane, isole comprese.
Non è chiaro se per vocazione o per bisogno, alterna pittura, radio, canto, web e scrittura all'arte della medicina. Segue con particolare interesse gli artisti emergenti e ama tutto ciò che è alternativo.
Ha all'attivo diverse collaborazioni con emittenti radiofoniche, case discografiche e portali musicali. Collabora con diverse associazioni locali e nazionali per la realizzazione di eventi musicali, ma ama soprattutto comunicare con gli artisti attraverso le sue interviste che conclude sempre con la stessa domanda semi-seria: qual è la nota musicale preferita. Quasi a voler costruire una melodia aggiungendo una nota per volta.
Di se stessa dice: "Ci sono quelli che sanno tenere i piedi per terra. E chi ha sempre la testa fra le nuvole. Nadia è a metà. Tra terra e cielo”.
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