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A tutto rap con LoopEn

L’urlo di un giovane contro l’indifferenza, per svegliare le menti e posizionarsi contro ogni guerra

di Nadia Macrì - 12 maggio 2016
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Giorgio Viganò di anni ne ha soli 17, in arte è LoopEn, giovane rapper sulle scene dell’hip hop milanese già dal 2011. E’ il bisogno di scrivere che trova inizialmente nel rap la sua strada. 

Nel 2016, dopo un lavoro di preparazione durato tre anni ed un percorso musicale contaminato dai generi e connotato dal peso delle parole, LoopEn è pronto alla pubblicazione del primo Ep di inediti dal titolo Non si può +, preceduto dall’uscita in radio del primo singolo Non si può più pagare. Posto al crocevia tra un rap italiano volutamente cantautorale e le influenze musicale trip hop, house ed etniche, questo lavoro ha un fil rouge concettuale: in ogni canzone è presente una situazione critica, che però non rimane sterile, ma sfocia nell’immaginazione di soluzioni nobilitanti. Da qui la scelta del titolo: se l’iniziale Non si può – unito poi alla croce del “+” – può far trasparire una critica (o un’amara constatazione), è sotto il secondo senso della croce che si trova il messaggio ottimista: dal pessimismo realista della critica si passa alla possibilità di una “resurrezione”, in qualsiasi modo desideriamo declinarla.

Partiamo dal tuo nome d’Arte: chi lo ha scelto, cosa vuol dire?
LoopEn. Viene da un insulto scherzoso di un mio compagno di calcio che prendeva in giro le mie – effettivamente nulle – doti corritrici, dicendomi che assomigliavo a Lupin nel correre. Poi tale soprannome si è unito al “loop”, la base ripetuta di tante strumentali hip hop, e alla “Pen”, dato che per me il fattore più importante è sempre la scrittura.

Ci racconti come e perché ti sei affacciato proprio al rap?
Io nasco in una famiglia cantautorale, in cui i miei mi cantavano De Gregori, Guccini e Vecchioni come ninna nanne. A dodici anni, poi, ho sentito – in radio, a caso – quella meravigliosa canzone che è Goodbye Malinconia di Caparezza: è partito un viaggio nell’hip hop che mi ha indirizzato poi a volermi affacciare anch’io a tale forma. L’immediatezza di scrittura – almeno all’inizio - e la straordinaria forza dei messaggi veicolati ha fatto il resto.

Sei fortunato come collocazione temporale, perché dopo anni di difficoltà, il rap in questo momento sta ottenendo i giusti riconoscimenti ed è il genere più amato dalle nuove generazioni, è così?
Che sia il genere più seguito dalle giovani generazioni è palese, purtroppo. Purtroppo perché, al posto di portare il grande pubblico al proprio livello, il rap si è abbassato troppo al livello del pubblico, a livello di contenuti più che di musica. Tuttavia, il lato positivo dell’esplosione del rap è che ha aperto un novero enorme di possibilità al rap: probabilmente, senza questo fenomeno, LoopEn non esisterebbe, perché sarebbe troppo differente dal “rapper medio”.

Nei testi dei rapper oltre alla denuncia, ci sono anche tante risposte e proposte… si può rappare tutto?
Sì, dobbiamo smetterla di dare confini al rap: sia da una parte (la denuncia) sia dall’altra (l’autocelebrazione), i confini sono troppo stretti. E l’esplosione di cui parlavo prima ha aperto anche una serie di argomenti inesplorati. Certo, la scrittura nel rap non è la scrittura cantautorale, però la sfida è affascinante anche per questo.

Ci parli dell’ultimo tuo brano? A chi si rivolge, come è nato?
Il mio singolo d’esordio si chiama Non si può più pagare ed è un inno contro l’indifferenza: in pratica, attestato lo schifo della situazione attuale, dobbiamo imbracciare le nostre armi e riprendere a lottare. E’ rivolto a tutti, ma in particolare ai vecchi. E per vecchi intendo i giovani. E’ nato come nasce la rabbia: stimoli esterni ti portano a sputarla fuori, ma tu non riesci a farne qualcosa di utile finché non ci rifletti su e rielabori: più o meno è nata così questa canzone.

E a proposito di “voce del verbo rappare”, nei tuoi testi qual è la parola più strana (leggasi petalosa) che hai inserito?
In questo EP c’è “anticapitalismo” e “brancolavo”, ma la palma secondo me va a “copernicano”… e anche l’abbinamento “amore/tavola periodica” non scherza in quanto a concettismo.

Le donne rapper nel panorama italiano sono veramente poche, secondo te perché il rap è un genere strettamente maschile?
In realtà ce ne sono, e anche brave! Purtroppo però non credo sia un problema del rap: anche nel cantautorato ce ne sono poche (tra cui Levante, di cui – faccio outing – sono innamorato perso). In generale, credo che in quei casi in cui si impone fortemente una personalità (principalmente dove si canta ciò che si scrive), la musica non può sopportare che emergano troppe donne. Ed è evidente quanto la musica, anche quella italiana, sia maschilista: le donne sono ancora usate – almeno in musica – come uno strumento. Che merda.

Però il rap non è un genere per soliste e basta, le collaborazioni sono sempre tante: tu a chi devi il grazie più grande?
Il grazie più grande lo devo al mio musicista nonché produttore musicale Eros Cristiani, ma quello più che altro è una simbiosi, in quanto senza di lui non esisterebbe questo LoopEn. Un altro grazie lo devo agli Istentales, un gruppo folk sardo con cui ho fatto una interessante collaborazione (Sogni ad Occhi aperti, nel loro omonimo album) e che mi hanno accolto con enorme calore.

Ed invece qual è la collaborazione impossibile che hai nel cassetto?
Levante, ma ho un doppio fine. E quella senza doppio fine, Roberto Vecchioni: chissà...

Io chiedo a tutti gli artisti come domanda finale qual è la loro nota musicale preferita e perché: esiste anche per un rapper una nota musicale preferita?
SOL, perché nella denominazione inglese ha la mia iniziale e perché l’accordo di chitarra è facile, ma profondissimo.

Ci saluti con rigo di freestyle per Fratelli d’Arte?
“Mi chiedono: LoopEn, non fai mai freestyle? No, mai!”


L'autore

Nadia Macrì

Nadia Macrì, è nata nel 1977 a Zurigo, ma ha vissuto anche in altre città italiane, isole comprese.
Non è chiaro se per vocazione o per bisogno, alterna pittura, radio, canto, web e scrittura all'arte della medicina. Segue con particolare interesse gli artisti emergenti e ama tutto ciò che è alternativo.
Ha all'attivo diverse collaborazioni con emittenti radiofoniche, case discografiche e portali musicali. Collabora con diverse associazioni locali e nazionali per la realizzazione di eventi musicali, ma ama soprattutto comunicare con gli artisti attraverso le sue interviste che conclude sempre con la stessa domanda semi-seria: qual è la nota musicale preferita. Quasi a voler costruire una melodia aggiungendo una nota per volta.
Di se stessa dice: "Ci sono quelli che sanno tenere i piedi per terra. E chi ha sempre la testa fra le nuvole. Nadia è a metà. Tra terra e cielo”.
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