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A tutto rap con Alessandro Catalini feat. Cristina Aurelia Popa

Attraverso il linguaggio diretto del rap, invitano a scendere dalla giostra della routine e ad affrontare un mondo vero che non si dovrebbe subire bensì vivere

di Nadia Macrì - 30 dicembre 2016
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Alessandro Catalini e Cristina Aurelia Popa si conoscono nel 2013, ma la loro collaborazione nasce a Maggio 2016. Alessandro ha appena finito di scrivere una canzone dalle sonorità hip-hop con un ritornello coinvolgente, ideale per un featuring, e si dedica alla ricerca di una rapper che dia voce alle strofe che ha scritto. Dopo diversi tentativi contatta Cristina e le chiede di mandare un provino. Basta qualche secondo di ascolto e capisce che è la persona giusta per dar vita a questa collaborazione. I due cantautori trovano subito quel feeling artistico necessario a lavorare insieme ad un nuovo progetto, che li vede anche interpretare delle cover postate sui loro canali social.
Si chiudono quindi in studio e, grazie al contributo fondamentale di Maurizio Diomedi (Md Rec), producono il loro primo singolo: L’illusione del Progresso, che viene subito selezionato per essere presentato, in anteprima, il 15 Agosto 2016 sul palco del Deejay Onstage a Riccione davanti a migliaia di persone. Forti di questa conferma, decidono di pubblicare il loro lavoro, disponibile su tutte le piattaforme digitali a partire dal 25 Novembre 2016.

Li raggiungiamo per la nostra rubrica A tutto rap, ma con una premessa che gli stessi artisti spiegano.

Alessandro: "Il nostro è un caso particolare perché sono io l’autore delle strofe rap della nostra canzone. E questo nonostante io mi definisca un cantautore più che un rapper. In ogni caso ero sicuro che quelle barre non potevano essere interpretate da me. Così, dopo aver fatto diversi tentativi, ho contattato Cristina".

Cristina: "Io e Alessandro ci conoscevamo già da qualche anno e abbiamo sempre avuto stima reciproca. Quando mi ha inviato il provino de L’illusione del Progresso, non ho esitato a mandargli un messaggio vocale in cui ho stravolto la metrica del rap nella strofa. Ho rischiato, ma ad Ale è piaciuto tantissimo ed è partita da lì la nostra collaborazione. Ci tengo a precisare che oltre al rap, canto e scrivo anch’io. D'altronde già nel 2016 è difficile lavorare e vivere di musica, quindi perché darsi limiti?".


Partiamo dal nome d’Arte: chi lo ha scelto, cosa vuol dire?
Alessandro e Cristina: Abbiamo entrambi scelto di non adottare un nome d’arte perché ci sentiamo le stesse persone sul palco e nella vita. In questo caso sicuramente un nome d’arte ci avrebbe fatto comodo visto che entrambi abbiamo nomi lunghi. Sembra una stupidaggine, ma a volte sono un ostacolo: non tutti i presentatori/speakers riescono ad annunciare “Alessandro Catalini featuring Cristina Aurelia Popa” (ridono ndr.). Comunque i nostri nomi hanno una loro musicalità e non ci pentiamo di questa scelta.

Ci raccontate come e perché vi siete  affacciati proprio al rap?
Alessandro: Sono ormai diversi anni che il mondo del rap mi affascina. Anche nelle mie canzoni più cantautorali ricorre spesso una melodia quasi parlata, quindi era destino che prima o poi scrivessi delle strofe rap. Sento che ancora ho tanto da imparare e per questo cerco di documentarmi il più possibile e di ascoltare tanta musica per entrare del tutto in questo “genere”.
Cristina: Penso che il rap sia il linguaggio più diretto che ci sia e questa caratteristica la ritrovo molto nella mia personalità. Anch’io dico sempre quello che penso, senza filtri, perché la sincerità mi sta particolarmente a cuore. Il rap è un genere genuino, spontaneo, e sono convinta che, prima o poi, l’avrei incontrato e adottato come linguaggio musicale per trasmettere quello che avevo da dire.

Siete fortunato come collocazione temporale, perché dopo anni di difficoltà, il rap in questo momento sta ottenendo i giusti riconoscimenti ed è il genere più amato dalle nuove generazioni, è così?
Alessandro: E' proprio così. Da cantante/cantautore devo ammettere che il rap ha una marcia in più. Forse è perché riesce a creare immagini rapide e d’impatto e, in un mondo che va di corsa, è un grande vantaggio. È un’ipotesi, ma senza starsi a fare troppe domande sono semplicemente felice del successo che ha il rap in questi anni.
Cristina: Penso che il rap sia comunque in continua evoluzione soprattutto qui in Italia: sono convinta che molti orizzonti siano ancora da esplorare, ma questo richiede un’apertura mentale, che stento a vedere nel nostro Paese. Ampliando il discorso a tutti i generi, credo che ci sia ancora un legame troppo forte alla nostra tradizione musicale e, quelle poche volte che si vuole fare qualcosa di nuovo, si guarda a ciò che succede oltreoceano e si importa nel nostro Paese. Mi piacerebbe che ci sia, invece, una volontà sincera nel cambiare la musica italiana.
Nei testi dei rapper oltre alla denuncia, ci sono anche tante risposte e proposte… si può rappare tutto?
Alessandro: Siamo convinti di sì, si può rappare tutto e ci sono tante proposte discografiche italiane e non che lo dimostrano. In questo caso noi abbiamo scelto di comunicare un messaggio di denuncia, ma ho già diverse barre nel cassetto che parlano di tutt’altro.
Cristina: È vero che il rap viene utilizzato per provocare, porre l’attenzione su argomenti trascurati, raccontare delle storie o, appunto, denunciare, ma spesso ti lascia con un sentimento di delusione, di amarezza. Il rap che sto creando, invece, ha lo scopo di fare del bene in maniera concreta e, come artista, mi sono posta l’obbiettivo di migliorare la situazione intorno a me, non di mettere il dito nella piaga, ma contagiare gli ascoltatori con la fiducia e i pensieri positivi.

Ci parlli brano L’illusione del Progresso? A chi si rivolge, come è nato?
Alessandro: Sono partito da una metafora: una grande giostra che rappresenta la società. La giostra gira, ci intrattiene, ci diverte e ci fa vedere un mondo che cambia, che si muove e progredisce, ma che, in realtà, è sempre lo stesso che si ripresenta ciclicamente. È la metafora di ciò che sta succedendo oggi: i social ci bombardano di informazioni, i mass media ci intrattengono con telegiornali ormai più emozionanti di un thriller e le istituzioni fanno passare notizie super selezionate che nascondono una realtà triste e deludente. Il messaggio che vogliamo trasmettere è quello di non subire il mondo, ma di scendere dalla giostra e di andare a vedere la realtà con i propri occhi, farsi le proprie idee e non adottare quelle che troviamo affisse sulla bacheca di Facebook.

E a proposito di “voce del verbo rappare”, nei tuoi testi qual è la parola più strana (leggasi petalosa) che hai inserito?
Alessandro: Non so quanto sia definibile strana ma in una canzone, una delle prime che ho scritto e a cui sono legatissimo, ho usato la parola “oracolo”. Ero al liceo, studiavo latino e l’ho letta. Ho subito pensato di volerla inserire in un pezzo.

Le donne rapper nel panorama italiano sono veramente poche, secondo voi perché il rap è un genere strettamente maschile?
Alessandro: Penso che sia una questione sociale: come in tanti altri ambiti lavorativi, religiosi ecc. anche nel rap l’uomo ha avuto da sempre più spazio e più libertà, ma noi siamo contentissimi di essere l’eccezione. Una volta tanto è la donna a rappare e l’uomo a cantare.
Cristina: Sono convinta che il rap non è per forza maschio, ma semplicemente di chi ama la metrica, il ritmo, di chi ha la capacità di perdersi nel flow e di chi è in grado di apprezzarlo. Flussi di coscienza in rima che galoppano su beat incalzanti, penso che il rap sia stupendo e sono orgogliosa di rappresentare la “quota rosa” del rap italiano.

Però il rap non è un genere per soliste e basta, le collaborazioni sono sempre tante: voi a chi dovete il grazie più grande?
Cristina: Penso di dover ringraziare in primis, la famiglia, che mi ha trasmesso tutto l’amore e seguito anche con tanti sacrifici nello sviluppo della mia passione. Poi, una lista interminabile di musicisti, cantanti, scrittori, e artisti perché tutto quello che so lo devo a loro. Ho imparato col tempo che solamente stando vicino ai migliori si può crescere davvero. Un artista non si fa mai da sé, ma deve saper accogliere e riconoscere ciò che c’è di buono, facendone tesoro.
Alessandro: Anche io devo ringraziare la mia famiglia che mi ha appoggiato sempre e mi ha dato la possibilità di studiare musica e di fare tante esperienze. Le persone che ho incontrato durante il mio percorso sono tantissime e da ognuno di loro ho preso qualcosa. Un grazie particolare va al mio maestro di canto, Alessandro Battiato, che ha creduto in me fin dall’inizio e continua ad appoggiarmi in questo lungo cammino artistico.

Ed invece qual è la collaborazione impossibile che avete nel cassetto?
Alessandro: Personalmente ho un background swing e da sempre sogno di conoscere Tony Bennett che forse, attualmente, è il crooner della “vecchia guardia” più quotato, ma mi accontento anche di conoscere e duettare con Michael Bublé (ride ndr.).
Cristina: Desidero conoscere personalmente Mezzosangue: è una necessità che va al di là della musica. Prima o poi, con la testardaggine che ho, sono convinta che lo incontrerò. Mi piacerebbe avere una collaborazione con Neffa, altro personaggio per il quale nutro molta stima, Gazzè con la sua allegria che mi manda fuori di testa, ma anche J Ax, Caparezza, Murubutu e tanti altri.

Io chiedo a tutti gli artisti come domanda finale qual è la loro nota musicale preferita e perché: esiste anche per un rapper una nota musicale preferita?
Alessandro: Non ci ho mai pensato, ma credo che sia il DO, semplice nella sua perfezione, quasi che riesco a riconoscerla quando la sento.
Cristina: Io ne ho ben tre: “MI - RE – LA” che non a caso formano il nome di mia sorella con la quale ho incominciato il mio percorso musicale. Inoltre sono i primi accordi che ho imparato con la chitarra.

Ci salutate con un rigo di freestyle per Fratelli d’Arte?
Starei un intero pomeriggio a rispondere alle tue domande.
Sono sempre qui, chiamami quando vuoi Fratelli d’Arte!


L'illusione del Progresso - Alessandro Catalini ft. Cristina Aurelia Popa
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L'autore

Nadia Macrì

Nadia Macrì, è nata nel 1977 a Zurigo, ma ha vissuto anche in altre città italiane, isole comprese.
Non è chiaro se per vocazione o per bisogno, alterna pittura, radio, canto, web e scrittura all'arte della medicina. Segue con particolare interesse gli artisti emergenti e ama tutto ciò che è alternativo.
Ha all'attivo diverse collaborazioni con emittenti radiofoniche, case discografiche e portali musicali. Collabora con diverse associazioni locali e nazionali per la realizzazione di eventi musicali, ma ama soprattutto comunicare con gli artisti attraverso le sue interviste che conclude sempre con la stessa domanda semi-seria: qual è la nota musicale preferita. Quasi a voler costruire una melodia aggiungendo una nota per volta.
Di se stessa dice: "Ci sono quelli che sanno tenere i piedi per terra. E chi ha sempre la testa fra le nuvole. Nadia è a metà. Tra terra e cielo”.
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